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L’anno virale che verrà

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Permettete? Un pensiero per niente poetico.

L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va“, cantava Lucio Dalla.
E non perché si stia senza parlare, anzi. Forse perché si parla troppo, a sproposito.
L’anno che è agli sgoccioli mi ha consegnato in dono una parola nuova, magica direi per certi versi, o potrei dire portafortuna, neanche sbaglierei. Questa parola è viralità.
Il significato del termine è a dir poco intuitivo e propedeutico.
Viralità = Virus.
Virus = Contaggio.
Contaggio = Epidemia.
Il processo è logico e lineare. Ma c’è una cosa che è evidentemente poco evidente. Cosa inneschi il contaggio.
E già, stiamo parlando di un virus. Chi mai vorrebbe entrare a contatto con un virus?
Immaginate di trovarvi un giorno alla porta di casa un tipo bassino, diciamo nano, un po’ ceruleo però paffuto e in buona salute, che vi chiede cordialmente:
- “Salve sig.ra Belpaese, sono il virus dell’herpes (Erpole?!?!?). Che dice, mi fa entrare per qualche giorno?”
E vedo la possibile reazione. La sig.ra Belpaese che corre sul pianerottolo rincorrendo tale molesto Erpole, brandendo il giornale del marito stile clava.
E stiamo parlando del virus dell’herpes!
Dall’AIDS al raffreddore il virus è una rottura di scatole di proporzioni bibliche. Ti tocca e sei fregato.
Rompe la tua routine quotidiana per qualche giorno, e poi passa. Sotto con il prossimo.
Così come i virus che provocano malattie, i virus della comunicazione irrompono nella nostra routine travestiti da idee.
Creano una breccia tanto profonda nella nostra monotona giornata, che prima di accorgercene né stiamo parlando, riflettendo, scrivendo, condividendo.
Noi, portatori sani di un virus sano. Quello della creazione.
Non c’è processo più lineare di quello espresso dalla viralità. Meccanismo perfetto che non ha bisogno di forzature.
Ma allora perché sulla prima pagina di Repubblica di oggi, 29 dicembre, c’è un video virale con tanto di presentazione?

videovirale 300x70 Lanno virale che verràEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Ho commesso tre peccati

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Permettete? Un pensiero poetico.
Da qualche giorno non si fa altro che parlare di quanto abbia sanguinato il nostro premier, di quante dimostrazioni di affetto, disprezzo o pietà abbia ricevuto.
Si è scatenata una corsa forsennata a scrivere quanto apocalittico fosse stato quel gesto, passando in rassegna tutti i mali della nostra società spinta dai media sull’orlo del baratro (ma non sono i media stessi a parlare? mmm..), la cui unica salvezza risiederebbe nel diluvio universale che tutto lava. Amen.
Sono inorridito (primo peccato). Tutti parlano. Pronti a dire “Eh no, questo non si fa.”. Esplode il moralismo sulle pagine dei quotidiani, nei servizi dei tg, ovunque nella rete. Andiamo… tutti sanno che è una cosa vile. Ma chi non lo ha preso nella vita un pugno in pieno viso? Fa male. Ma dopo ti metti una mano in volto e senti che sei ancora lì. Magari vedi un po’ di sangue, ma serve solo a ricordarti che sei un uomo. In questo caso, che “non sei un superuomo”. Non fraintendetemi. Il gesto è gravissimo. Ma tutti sbagliano, e lo sbaglio non è più grave perché si parla del premier.
Come dire, chi è senza peccato scagli la prima pietra (meglio se intarsiata e definita).
Non prendiamoci in giro. Il problema di questo gesto non è il sangue versato dal premier. Il problema grave, per tutti, è la caccia alle streghe che si è scatenata nei confronti della libertà della rete. Leggevo questo sulla Repubblica online di stamane: Giovedì il Consiglio dei ministri esaminerà nuove, più rigide norme sulle manifestazioni e su internet. Lo ha annunciato il ministro degli Interni Roberto Maroni, parlando di “misure più adeguate e urgenti” per cui è ipotizzabile che il governo agisca per decreto.
Sono inorridito (secondo peccato). Perché ci troviamo di fronte persone che stanno strumentalizzando un fatto di cronaca per condizionare la vita sociale e relazionale, la nostra libertà. Anche quella di sbagliare. Prima si sarebbe andato al bar a farsi quattro risate, o a discutere seriamente, sull’accaduto. Oggi ci ritroviamo in rete. Nelle chat, su Facebook. Ci iscriviamo in gruppi pro e contro le cause che riteniamo pertinenti. L’ambiente è cambiato. Ma non è cambiato il contesto. Siamo sempre in pubblico. Ma siamo di più. Questo è il problema. Un opinione oggi circola velocemente, e se è scomoda va censurata. O come dicono delicatamente oggigiorno, filtrata. Come se, ancora una volta, si potesse dire alle persone di non pensare, di non sentire, di non sbagliare. Senza queste tre cose, non c’è crescita. Senza queste tre cose facciamo un altro passo verso il baratro.
Il fatto è che credo che il problema è ancora (se possibile) più profondo.
Sono inorridito ancora (terzo peccato). Perché non sono a rischio i nostri bei social network, la nostra quieta routine di navigatori. Il rischio lo corre chi nella rete ha deciso di navigare contro corrente. Si strumentalizza un atto folle per attaccare avversari politici (la dialettica è il sale della democrazia), giornalisti che pensano e, cosa più grave, fanno pensare. Ora questo decreto passerà, non passerà, vedremo. Ma è importante che tutti, idealisti o meno, ci rendiamo conto che esiste uno spazio in cui noi non abbiamo padroni. È quello della nostra mente. Spazio in cui siamo liberi di credere e no, di sbagliare e riparare ai nostri sbagli. E la verità è che non ci sono (fortuna per noi) decreti che priveranno mai le persone del libero pensare, del libero sentire, del libero sbagliare.

Submarketing

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Reazioni diverse alla decisione del governo delle Maldive di tenere un consiglio dei ministri sott’acqua, per attirare l’attenzione sui mutamenti climatici in atto.
Il Kotler’s royal club si è subito congratulato per la definizione di una nuova (l’ennesima) P. Profondità.
Il Fabris’s alumni network si è subito esaltato per la definizione di una nuova (l’ennesima) I. Immersione.
Il Godin’s fan club si è subito viralizzato per la definizione di una nuova (l’ennesima) T. Tecnica.
Ecco codificato il submarketing. Allorquando chi detiene il potere (di analizzare, studiare, proporre, decidere), affronta i problemi partendo dal basso.
Tecnica di immersione in profondità, appunto.
Scandagliando opportunità, necessità, bisogni, prospettive.
Non è necessaria voce né microfoni ma solo grandi idee e molto ossigeno.
Ideale, dunque, per i nostri loquacissimi politici.
Al primo che aderisce, un posto fisso. Sull’atollo dei precari.

La Sapienza

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Non è solo quella che dà il nome alla più grande Università d’Europa.
Ma pure quella del caso.
Che, stamattina, svicolando tra piazzale Aldo Moro e viale Regina Margherita, mi ha fatto alzare gli occhi verso l’Istituto di Igiene. Entrando, a destra.
E che, guarda un po’, ha fatto sì che fosse intestato ad uno scienziato già Rettore. Giuseppe Sanarelli.
Quando si dice il destino nel nome. Immaginate se si fosse chiamato qualcosa tipo Malatelli. Avrebbe anche potuto vincere un Nobel ma gli avrebbero mai intestato l’edificio? Dubito.
Sanarelli 300x225 La SapienzaEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Libertà di comunicazione, disattivata

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Tutti i giorni ho la buona abitudine di leggere. Inutile dilungarsi su quanto sia importante, utile, bla… bla… bla… ma tante volte mi farebbe piacere non leggere certe notizie. Vorrei che tra i vari browser esistesse una funzione che filtri le notizie che “preferisco non leggere”, così che non mi compaiano proprio. Senza correre quindi il rischio di rendermi conto troppo tardi di quel che ho letto.
Stavo spegnendo il pc dell’ufficio quando mi sono detto – “fammi dare un’ultima occhiata ai feed di Repubblica.” Mi ha colpito questo articolo “Grillo oscurato da Youtube“.
Cosa?!?!? Apro l’articolo per approfondire (ed è lì, che ho sbagliato). Leggo tutto d’un fiato. “E fu così che Beppe Grillo sparì da YouTube. E con lui i 419 video inseriti dal comico nel portale dedicato ai filmati. All’origine della decisione di Google, proprietaria di YouTube, c’è una violazione del copyright in seguito alla pubblicazione di uno spezzone dell’intervista di Obama al David Letterman Show.”  Così si apre l’articolo.
Durante la notte, YouTube ha avuto la straordinaria idea di disattivare tutti i video pubblicati da Grillo sul suo blog. 419 video, spesso di denunce, di fatti mai visti in televisione o sui giornali. “Visualizzati per 52.296.387 volte”, scrive il comico nell’ultimo post pubblicato sul suo blog.
Riporta invece Repubblica “Ma Grillo non ci sta. A pensar male si fa peccato, ma verso mezzogiorno erano ancora presenti in Rete 2.230 link a video cercati con le parole Letterman-Obama. Perché non sono stati oscurati? Perché non sono stati rimossi gli account? Il video l’avevo pubblicato per sottolineare le diversità tra l’Italia e gli Stati Uniti. Tra Letterman e Vespa”.
Il punto è. Io non sto con Grillo. Apprezzo quello che fa, ma ognuno è libero di farsi le proprie opinioni. Detto questo, se davvero il motivo per cui è stato disattivato il suo account non fosse quello dichiarato da Youtube, dovremmo tutti iniziare ad aver paura. Come ha già scritto Chiara su questo blog, alle 20 è meglio uscire di casa e fare una passeggiata che stare a perder tempo davanti alla tv. Così anche sono buttati i soldi dati al giornalaio per un pezzo di carta riciclata, che il meglio a cui può servire è ritornare nel circuito di riciclo.
Internet è forse l’unico mezzo libero per dare e ricevere informazione. Utile o no. Che piaccia o no. Ma libera!
E spero che a trent’anni da oggi, mi potrò ancora sedere ad una scrivania e scrivere liberamente ciò che penso.

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