Spigolature

Kaputt mundi

Alfredo

By Alfredo
Published 20th January, 2010

Ovvero, la geopoltica del web.
Ovvero ancora, la sottile differenza tra funzione e finzione.
No, tranquilli. Non torniamo su Google e la Cina.
Ce la possiamo cavare con un laconico quanto scolastico come volevasi dimostrare.
No, non si tratta di libertà, che pure già abbiamo affrontato.
No, qui e adesso, vogliamo parlare di dignità.
Qualcosa di ancora più personale, profondo, vivo.
È un cosa seria, eh, mi raccomando?!
Stamattina, mi collego ad internet, vedo un po’ gli accessi ai nostri spazi virtuali e noto che abbiamo ricevuto una visita approfondita (oltre cinque minuti, rispetto ad una media dell’ultimo mese di due minuti e poco più) dalla città indiana di Hyderabad.
Visita nuova, 0% di rimbalzo, tre pagine viste.
La cosa interessante (e, per me, illuminante…) è che la chiave di ricerca nelle sorgenti di traffico risulta(va) “web design companies in vatican city”.
Il primo pensiero è andato a Francesco. Vuoi vedere che da Budapest si è allungato a sud-est?
Ma no, dai, Francesco è a casa che studia (vedi alla voce, utopie).
Arrivo allora in ufficio e chiedo a Mattia di dare insieme un occhio al codice del sito. Appuriamo l’inesistenza di qualsiasi riferimento papale.
Dunque.
In tempi di riabilitazioni, affermazioni (vana)gloriose, invii di supermen ad Haiti perché solo noi, sì, sappiamo offrire (e quando mai?!) il coordinamento che la gravità della situazione impone, cosa fanno i laici algoritmi del motore di ricerca per antonomasia?
Leggeri come metafore, icastici come allegorie, ci portano indietro di centoquarant’anni. Nella Vatican city…
Mi viene da ridere. E da considerare che, tutto sommato, sarebbe più logico avere nei posti di guida e indirizzo numeri anziché politici fintamente appassionati e opinionisti stancamente battaglieri.
Ancora ci penso e sorrido…
C’è qualcuno, a  seimila chilometri di distanza, che ci vede e ci cerca come la città dei cardinali, delle fumate bianche, dell’oltretevere.
E dire che giusto ieri, mi è giunta a casa la comunicazione ufficiale del trasferimento di residenza. Dal 29 dicembre 2009, civis romanus sum.
Addio mia bella Napoli. Addio, pizza city. Prego per te.

In libertà

Alfredo

By Alfredo
Published 15th January, 2010

Traendo spunto dal Sole 24 ore di ieri, Francesco faceva riferimento ai rapporti tra Google e Cina, in tema di diritti e libertà d’espressione.
Sulla stessa edizione del quotidiano, si faceva cenno anche al rapporto annuale di Freedom House sulla (mancanza di) libertà civile e i diritti umani nel mondo. Iran e Cina in testa. Sorprendentemente, in coda (e quindi, ben piazzati) i paesi balcanici.
Poche pagine dopo, c’era un piccolo box dedicato a Ferragamo. L’amministratore delegato Michele Norsa esprimeva la soddisfazione per la quota di mercato sempre più elevata che l’azienda sta ritagliandosi in Cina. Ormai, raccontava, si fa più fatturato nei negozi monomarca in Cina che in Italia.
Venerdì scorso, ero al Cnel per un convegno sull’autunno caldo, promosso dalla Fondazione Bruno Buozzi.
L’allora segretario della Uilm, Giorgio Benvenuto, raccontava della forza dei giovani di allora. Della speranza e della volontà che li animava versus la paura che li alimenta oggi. Quarant’anni fa, si attaccava il mondo; oggi, non resta che difendersene.
Allo stesso tavolo, era seduto Rino Formica. Provocatorio come sempre, costituzione alla mano, ha letto l’articolo 36 della Costituzione (chi se lo ricordava?!… chi se lo ricorda?!…). Quello che, tra l’altro, recita “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. La provocazione stava nella considerazione che, dunque, ogni stipendio sotto i 7/800 euro al mese sia da dichiarare incostituzionale.
Tornato a casa, sono andato a leggere anche gli articoli a seguire. Mi sono portato avanti fino al 41. Esso recita “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Mi domando e dico (e non trovo risposte).
È più importante la libertà economica o quella d’espressione? L’una va con l’altra o è in contrasto con essa? Cos’è più censorio, un regime che non ti permette di dire la tua o una democrazia che non ti permette di vivere la tua? Quale spazio asfissia di più, quello virtuale controllato o quello reale inaccessibile da 500 euro al mese e in nero per una stanza singola? Dove e come cresce meglio un giovane che abbia voglia di fare esperienze di vita? Dove alimenta la speranza? Cosa gli fa così paura? E un imprenditore che volesse assecondare anche la seconda parte dell’articolo 41, che recita “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”, dove investe? In Italia o in Cina? E il fine sociale, qual è? I 2/300 euro incostituzionali che restano in tasca per mangiare, andare al cinema, leggere un libro e vedere una mostra (cioè, alimentarsi spiritualmente) o Facebook per tutti?
Libertà. Per trent’anni quasi, ci ho vissuto al 218 bis. Ma era una via a senso unico.
Adesso, cos’è?

Che uomini conosce Cassini?

Vittorio

By Vittorio
Published 12th January, 2010

Permettete? Un pensiero oleoso.
Dopo il grande successo cinematografico di Uomini che odiano le donne

L’anno virale che verrà

Vittorio

By Vittorio
Published 29th December, 2009

Permettete? Un pensiero per niente poetico.

L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va“, cantava Lucio Dalla.
E non perché si stia senza parlare, anzi. Forse perché si parla troppo, a sproposito.
L’anno che è agli sgoccioli mi ha consegnato in dono una parola nuova, magica direi per certi versi, o potrei dire portafortuna, neanche sbaglierei. Questa parola è viralità.
Il significato del termine è a dir poco intuitivo e propedeutico.
Viralità = Virus.
Virus = Contaggio.
Contaggio = Epidemia.
Il processo è logico e lineare. Ma c’è una cosa che è evidentemente poco evidente. Cosa inneschi il contaggio.
E già, stiamo parlando di un virus. Chi mai vorrebbe entrare a contatto con un virus?
Immaginate di trovarvi un giorno alla porta di casa un tipo bassino, diciamo nano, un po’ ceruleo però paffuto e in buona salute, che vi chiede cordialmente:
- “Salve sig.ra Belpaese, sono il virus dell’herpes (Erpole?!?!?). Che dice, mi fa entrare per qualche giorno?”
E vedo la possibile reazione. La sig.ra Belpaese che corre sul pianerottolo rincorrendo tale molesto Erpole, brandendo il giornale del marito stile clava.
E stiamo parlando del virus dell’herpes!
Dall’AIDS al raffreddore il virus è una rottura di scatole di proporzioni bibliche. Ti tocca e sei fregato.
Rompe la tua routine quotidiana per qualche giorno, e poi passa. Sotto con il prossimo.
Così come i virus che provocano malattie, i virus della comunicazione irrompono nella nostra routine travestiti da idee.
Creano una breccia tanto profonda nella nostra monotona giornata, che prima di accorgercene né stiamo parlando, riflettendo, scrivendo, condividendo.
Noi, portatori sani di un virus sano. Quello della creazione.
Non c’è processo più lineare di quello espresso dalla viralità. Meccanismo perfetto che non ha bisogno di forzature.
Ma allora perché sulla prima pagina di Repubblica di oggi, 29 dicembre, c’è un video virale con tanto di presentazione?

Ho commesso tre peccati

Vittorio

By Vittorio
Published 16th December, 2009

Permettete? Un pensiero poetico.
Da qualche giorno non si fa altro che parlare di quanto abbia sanguinato il nostro premier, di quante dimostrazioni di affetto, disprezzo o pietà abbia ricevuto.
Si è scatenata una corsa forsennata a scrivere quanto apocalittico fosse stato quel gesto, passando in rassegna tutti i mali della nostra società spinta dai media sull’orlo del baratro (ma non sono i media stessi a parlare? mmm..), la cui unica salvezza risiederebbe nel diluvio universale che tutto lava. Amen.
Sono inorridito (primo peccato). Tutti parlano. Pronti a dire “Eh no, questo non si fa.”. Esplode il moralismo sulle pagine dei quotidiani, nei servizi dei tg, ovunque nella rete. Andiamo… tutti sanno che è una cosa vile. Ma chi non lo ha preso nella vita un pugno in pieno viso? Fa male. Ma dopo ti metti una mano in volto e senti che sei ancora lì. Magari vedi un po’ di sangue, ma serve solo a ricordarti che sei un uomo. In questo caso, che “non sei un superuomo”. Non fraintendetemi. Il gesto è gravissimo. Ma tutti sbagliano, e lo sbaglio non è più grave perché si parla del premier.
Come dire, chi è senza peccato scagli la prima pietra (meglio se intarsiata e definita).
Non prendiamoci in giro. Il problema di questo gesto non è il sangue versato dal premier. Il problema grave, per tutti, è la caccia alle streghe che si è scatenata nei confronti della libertà della rete. Leggevo questo sulla Repubblica online di stamane: Giovedì il Consiglio dei ministri esaminerà nuove, più rigide norme sulle manifestazioni e su internet. Lo ha annunciato il ministro degli Interni Roberto Maroni, parlando di “misure più adeguate e urgenti” per cui è ipotizzabile che il governo agisca per decreto.
Sono inorridito (secondo peccato). Perché ci troviamo di fronte persone che stanno strumentalizzando un fatto di cronaca per condizionare la vita sociale e relazionale, la nostra libertà. Anche quella di sbagliare. Prima si sarebbe andato al bar a farsi quattro risate, o a discutere seriamente, sull’accaduto. Oggi ci ritroviamo in rete. Nelle chat, su Facebook. Ci iscriviamo in gruppi pro e contro le cause che riteniamo pertinenti. L’ambiente è cambiato. Ma non è cambiato il contesto. Siamo sempre in pubblico. Ma siamo di più. Questo è il problema. Un opinione oggi circola velocemente, e se è scomoda va censurata. O come dicono delicatamente oggigiorno, filtrata. Come se, ancora una volta, si potesse dire alle persone di non pensare, di non sentire, di non sbagliare. Senza queste tre cose, non c’è crescita. Senza queste tre cose facciamo un altro passo verso il baratro.
Il fatto è che credo che il problema è ancora (se possibile) più profondo.
Sono inorridito ancora (terzo peccato). Perché non sono a rischio i nostri bei social network, la nostra quieta routine di navigatori. Il rischio lo corre chi nella rete ha deciso di navigare contro corrente. Si strumentalizza un atto folle per attaccare avversari politici (la dialettica è il sale della democrazia), giornalisti che pensano e, cosa più grave, fanno pensare. Ora questo decreto passerà, non passerà, vedremo. Ma è importante che tutti, idealisti o meno, ci rendiamo conto che esiste uno spazio in cui noi non abbiamo padroni. È quello della nostra mente. Spazio in cui siamo liberi di credere e no, di sbagliare e riparare ai nostri sbagli. E la verità è che non ci sono (fortuna per noi) decreti che priveranno mai le persone del libero pensare, del libero sentire, del libero sbagliare.

123