Nome in codice: John Doe
Pubblicato da Vittorio
Permettete? Un pensiero privato.
Da un po’ di tempo (forse da quando è nato) Facebook è stato sempre al centro di un dibattito particolarmente acceso, quello relativo alla tutela della Privacy. Polemiche scaturite, illegittimamente, da più pulpiti, tali da costringere lo stesso fondatore di Facebook ad ammettere attraverso un articolo comparso sul Washington Post di aver commesso parecchi errori nella stesura delle norme sulla privacy del social network, molto complicate, labirintosi, di difficile comprensione (Fonte).
Un capo di imputazione è stato identificato nella poca chiarezza e semplicità di gestione della palette privacy negli account, che infatti è diventata più user friendly. È possibile inoltre condividere i propri link scegliendo tra “tutti”, “amici” o “amici di amici”. Passando per la risoluzione di problematiche più gravi come trovare il proprio numero di cellulare pubblicato da Facebook senza che l’utente ne avesse concesso l’autorizzazione.
Pensate che tutta questa storia si è risolta con un genuino e candido monito di Zuckemberg che ha affermato – nonostante gli sforzi siamo ancora lontani dalla perfezione. Cerchiamo sempre di fare del nostro meglio per costruire il miglior servizio per voi e per il mondo intero. Grazie.
Lamentarsi di vedere il proprio numero di cellulare pubblicato su Facebook, o preoccuparsi di essere taggati in una foto scomoda a propria insaputa, o di essere geolocalizzati dalle miriadi di applicazioni esistenti sono, a mio parere, le ultime problematiche in tema di tutela della privacy nate con l’utilizzo di questo social. Mi spiego meglio.
Vi sarà sicuramente capitato di parlare al bar con gli amici di una persona di cui non conoscete il nome, e di chiederne il cognome per cercare il suo profilo e vedere la foto. Chissà, forse la conoscete di vista.
Oppure, parliamo di pubbliche relazioni. Incontrate una ragazza in un pub. Tentate un approccio. La conversazione potrebbe oggi essere di questo tipo:
- LUI: Ciao. Bevi qualcosa?
- LEI: Con piacere, un vodka tonic.
- LUI: Complimenti, è il mio cocktail preferito.
- LEI: Ma pensa un po’…
- LUI: Hai un accento particolare. Di dove sei?
- LEI: Pietralia Soprana. Te?
- LUI: Pensa te. Anch’io.
- LEI: Ma pensa un po’…
- LUI: Scusami ma devo andare. Mi lasci il numero vero?
- LEI: Non ci penso proprio.
- LUI: Ma dai. Almeno il contatto messenger?
- LEI: Dimenticatelo.
- LUI: Dimmi almeno come ti chiami.
- LEI: ALESSIA FEOLA.
- LUI: Ti ho fregato. Grazie!!!
Pertanto trovo patetiche tutte le questioni in merito alla tutela della privacy che orbitano intorno all’universo Facebook.
Per quanto mi riguarda concordo con l’affermazione di Zuckemberg che dice “Per la mia generazione la privacy non è un valore“.
Morale: avete problemi di privacy? Facebook non fa per voi.
Adoro l’odore del napalm di mattina
Pubblicato da Vittorio
Permettete? Un post secondario.
L’odore che preferisco io di mattina è quello di un post (anche se pubblicato a quest’ora). Questo nello specifico è la continuazione di una piacevole discussione che ha preso vita qui. Rispondo quindi a Giuseppe tramite post perché in questo caso ho bisogno di un supporto grafico, e di maggiore spazio.
Fortuna che soffro di orticaria colinergica e quindi non ho percepito la differenza.
Giuseppe si chiede: “il giochino (mi semplifico la vita) ha valore in sé? esisterebbe senza Burgherking? mi pare di no, quindi il suo costo non sono i 30 euro che serve a tenerlo in rete, ma il costo di Burgherking”.
Siamo al paradosso. È come dire che ad un’azienda gli spot tv non pesino solo per il loro costo di produzione, ma per questo più il costo di tutta la struttura. Ovvero, se volessimo sapere quanto è costato uno spot tv dell’Iphone (che continuo a citare solo per il fatto che tanto non ha bisogno della mia pubblicità) dovremmo sommare il costo di produzione dello spot al costo complessivo di tutta la Apple. Un discorso decisamente semplicistico.
Inoltre, per quanto mi riguarda è Burger King che non esisterebbe senza il giochino. Nel senso che non esisterebbe senza pubblicità. Se prendessimo il prodotto migliore al mondo e lo lasciassimo cadere per strada, basterebbe che venisse raccolto da una sola persona e che questa lo provi per avere la giusta pubblicità. L’ignaro passante inizierebbe a testarlo, si convincerebbe della bontà del prodotto, ne parlerebbe ad altri. Si innescherebbe così la pubblicità più efficace al mondo, il passaparola. Ma sempre di pubblicità stiamo parlando.
Parliamo infatti di soldi. Parliamo di costi di fissi e costi variabili, e di come vengono compensati. Facciamolo con esempi concreti ed esplicativi. Quindi parliamo ancora più nello specifico del valore che ha avuto il “giochino” per Burger King.

Il famigerato costo fisso viene ammortizzato in maniera più che soddisfacente da un prodotto digitale con dna virale. Il lancio di Subservient Chicken è avvenuto ad Aprile 2004 e nel Giugno 2007 ha totalizzato 16,5 milioni di visite, con un tempo medio sul sito di circa 7 minuti. I risultati sono stati un aumento costante del 9% nella vendita dei panini Tender Crispy Sandwich e la brand awareness raddoppiata. Ma non dovevamo parlare di ammortizzamento? Mantenere attiva una struttura del genere è come avere una televisione sempre accesa nelle camere degli utenti, che però possono decidere di andare a vedere lo “spot” ogni volta che vogliono. Un normale spot tv sarebbe stato somministrato probabilmente tra aprile e maggio e poi ce ne saremmo dimenticati. Oggi invece io te ne ho parlato, altri leggeranno il post, e andranno per curiosità a vedere il sito. Facendo abbassare, nel tempo (coda lunga) sempre di più il costo per contatto di tutta la campagna.
Purple rain
Pubblicato da Vittorio
Permettete? Un pensiero di colore viola.
Passando la maggior parte delle ore del giorno davanti ad un Mac, la sera torno a casa senza sentire la minima necessità di accendere né tv, né altro tipo di monitor.
Allora le alternative nel mio consumo mediale restano i libri, e qualche visionario fumetto. Ben conscio del fatto che presto faranno la fine delle video/audiocassette, mi consolo pensando che ne ho ancora tanti da leggere, e spesso da rileggere.
In realtà non mi capita spesso di rileggere un libro. La prima volta è stato con Siddartha. Ora è ricapitato con Purple Cow (La Mucca Viola), forse il libro più celebre di Seth Godin.
Letto agli albori dei miei studi universitari, quando avevo appena iniziato ad annusare le prime nozioni di marketing, e riletto ora che il marketing fa parte della mia routine come la colazione e l’aperitivo del Venerdì sera. Se non lo avessi scoperto probabilmente non mi sarei mai avvicinato a questa professione. Thanks Seth.
Rileggendolo ora che guardo questo mondo dall’interno, posso confrontare ai casi studio citati dal guru americano quelli vissuti in prima persona. Il sapore della rilettura diventa quello di una lettura brand new. In particolare mi sono soffermato a ripensare alle pagine sul “complesso industriale-televisivo”, il cui funzionamento è sinteticamente ed esaurientemente spiegato da Godin nel libro per introdurre un cambio epocale nel mondo del marketing moderno (post-moderno, direbbero gli esperti):
“In passato vigeva questa regola:
crea prodotti comuni e affidabili
e promuovili con un marketing di qualità.
La regola che vige oggi è invece:
crea prodotti straordinari (le mucche viola, ndr)
capaci di attrarre le persone giuste. ” (Seth Godin, Sperling & Kupfer Editori, La mucca viola, p.14, 2002)
Interpreto.
Non è importante la dimensione del target a cui ti riferisci (spot televisivo = la massa), ma quale influenza hanno i gruppi con cui dialoghi sulle persone con cui questi giungono a contatto.
Morale della favola, contatta gli early adopters perché questo piccolo gruppo è in grado di determinare l’accesso del prodotto ad gruppo più grande, ad un mercato più grande, più esteso.
Ma se bastasse solo questo saremmo a cavallo. Purtroppo non basta. Serve che il prodotto sia viola. Sia straordinario. Altrimenti perché dovrebbe interessare ad un adattatore precoce? Non fa una piega. Anzi no.
Alzi la mano chi non si è mai trovato a dover promuovere un prodotto di cui non condivideva i benefit. Ammetto, l’ho alzata.
Ma è più che normale. Il mercato sarà sempre popolato da prodotti mediocri. Non sarà mai ammesso il comandamento del “non creare un prodotto a meno che non sia straordinario, altrimenti è peccato”. I motivi sono molteplici. Uno di questi riguarda il fatto che le persone hanno idee. Ma non è detto che queste idee saranno sempre vincenti. Saranno portate avanti con passione e audacia, cogliendone lo scintillio da ogni angolazione, eppure capita che la realtà uccida il genio.
E poi se tutti producessero prodotti straordinari, non ci sarebbe niente di straordinario di cui parlare. Allora come faccio ad attrarre un untore con un prodotto non-viola?
La soluzione in questo momento ancora non ce l’ho, ma confido magari di trovarla nel prossimo guru’s book. Per il momento credo che fin quando resisterà la dicotomia Prodotto Straordinario vs Tutto il resto (Muccha Viola/Mucche Marroni, secondo Godin), sopravviveranno almeno sempre due modi di fare marketing. Il marketing per tutti i prodotti (televisivo, stampa, ATL) e il marketing per i prodotti viola (non-convenzionale). Ma questo non è un libro per marketer…
Riporto infine il contenuto di una tabella molto interessante presente sul libro, in cui Godin distingue i prodotti che hanno avuto successo grazie al complesso industriale-televisivo, e quelli che hanno avuto successo perché sono delle Mucche Viola:
- Prodotti complesso industriale-televisivo:
Barbie, Prell, Honeywell, United Airlines, McDonald’s, Marlboro, Cap’N Crunch, Battling Tops, Excedrin, old Maggiolino Volkswagen.
- Prodotti Mucca Viola:
Starbucks, Magic Cards, Dr. Bronner’s, Linux, Jetblue, Outback Steakhouse, Motel 6, Mp3, Dr. Bukk, Prozac, Il nuovo Maggiolino Volkswagen.
Quale altro prodotto/brand inserireste nell’ultima serie? Io ci vedrei bene l’Ipod (non l’Iphone perché il suo successo dipende molto dal successo dell’Ipod di cui non ricordo di aver mai visto una spot tv), Facebook, Moleskine, Youtube…
Kaputt mundi
Pubblicato da Alfredo
Ovvero, la geopoltica del web.
Ovvero ancora, la sottile differenza tra funzione e finzione.
No, tranquilli. Non torniamo su Google e la Cina.
Ce la possiamo cavare con un laconico quanto scolastico come volevasi dimostrare.
No, non si tratta di libertà, che pure già abbiamo affrontato.
No, qui e adesso, vogliamo parlare di dignità.
Qualcosa di ancora più personale, profondo, vivo.
È un cosa seria, eh, mi raccomando?!
Stamattina, mi collego ad internet, vedo un po’ gli accessi ai nostri spazi virtuali e noto che abbiamo ricevuto una visita approfondita (oltre cinque minuti, rispetto ad una media dell’ultimo mese di due minuti e poco più) dalla città indiana di Hyderabad.
Visita nuova, 0% di rimbalzo, tre pagine viste.
La cosa interessante (e, per me, illuminante…) è che la chiave di ricerca nelle sorgenti di traffico risulta(va) “web design companies in vatican city”.
Il primo pensiero è andato a Francesco. Vuoi vedere che da Budapest si è allungato a sud-est?
Ma no, dai, Francesco è a casa che studia (vedi alla voce, utopie).
Arrivo allora in ufficio e chiedo a Mattia di dare insieme un occhio al codice del sito. Appuriamo l’inesistenza di qualsiasi riferimento papale.
Dunque.
In tempi di riabilitazioni, affermazioni (vana)gloriose, invii di supermen ad Haiti perché solo noi, sì, sappiamo offrire (e quando mai?!) il coordinamento che la gravità della situazione impone, cosa fanno i laici algoritmi del motore di ricerca per antonomasia?
Leggeri come metafore, icastici come allegorie, ci portano indietro di centoquarant’anni. Nella Vatican city…
Mi viene da ridere. E da considerare che, tutto sommato, sarebbe più logico avere nei posti di guida e indirizzo numeri anziché politici fintamente appassionati e opinionisti stancamente battaglieri.
Ancora ci penso e sorrido…
C’è qualcuno, a seimila chilometri di distanza, che ci vede e ci cerca come la città dei cardinali, delle fumate bianche, dell’oltretevere.
E dire che giusto ieri, mi è giunta a casa la comunicazione ufficiale del trasferimento di residenza. Dal 29 dicembre 2009, civis romanus sum.
Addio mia bella Napoli. Addio, pizza city. Prego per te.

In libertà
Pubblicato da Alfredo
Traendo spunto dal Sole 24 ore di ieri, Francesco faceva riferimento ai rapporti tra Google e Cina, in tema di diritti e libertà d’espressione.
Sulla stessa edizione del quotidiano, si faceva cenno anche al rapporto annuale di Freedom House sulla (mancanza di) libertà civile e i diritti umani nel mondo. Iran e Cina in testa. Sorprendentemente, in coda (e quindi, ben piazzati) i paesi balcanici.
Poche pagine dopo, c’era un piccolo box dedicato a Ferragamo. L’amministratore delegato Michele Norsa esprimeva la soddisfazione per la quota di mercato sempre più elevata che l’azienda sta ritagliandosi in Cina. Ormai, raccontava, si fa più fatturato nei negozi monomarca in Cina che in Italia.
Venerdì scorso, ero al Cnel per un convegno sull’autunno caldo, promosso dalla Fondazione Bruno Buozzi.
L’allora segretario della Uilm, Giorgio Benvenuto, raccontava della forza dei giovani di allora. Della speranza e della volontà che li animava versus la paura che li alimenta oggi. Quarant’anni fa, si attaccava il mondo; oggi, non resta che difendersene.
Allo stesso tavolo, era seduto Rino Formica. Provocatorio come sempre, costituzione alla mano, ha letto l’articolo 36 della Costituzione (chi se lo ricordava?!… chi se lo ricorda?!…). Quello che, tra l’altro, recita “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. La provocazione stava nella considerazione che, dunque, ogni stipendio sotto i 7/800 euro al mese sia da dichiarare incostituzionale.
Tornato a casa, sono andato a leggere anche gli articoli a seguire. Mi sono portato avanti fino al 41. Esso recita “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Mi domando e dico (e non trovo risposte).
È più importante la libertà economica o quella d’espressione? L’una va con l’altra o è in contrasto con essa? Cos’è più censorio, un regime che non ti permette di dire la tua o una democrazia che non ti permette di vivere la tua? Quale spazio asfissia di più, quello virtuale controllato o quello reale inaccessibile da 500 euro al mese e in nero per una stanza singola? Dove e come cresce meglio un giovane che abbia voglia di fare esperienze di vita? Dove alimenta la speranza? Cosa gli fa così paura? E un imprenditore che volesse assecondare anche la seconda parte dell’articolo 41, che recita “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”, dove investe? In Italia o in Cina? E il fine sociale, qual è? I 2/300 euro incostituzionali che restano in tasca per mangiare, andare al cinema, leggere un libro e vedere una mostra (cioè, alimentarsi spiritualmente) o Facebook per tutti?
Libertà. Per trent’anni quasi, ci ho vissuto al 218 bis. Ma era una via a senso unico.
Adesso, cos’è?





