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Il grande fratello ci guarda?

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L’altro giorno, mentre analizzavo le statistiche dei siti dei nostri clienti e davo uno sguardo agli accessi del sito e del blog Estrogeni mi ha profondamente colpito un dato.
È una cosa che guardo sempre, ma – non so perché – l’altro giorno mi ha sorpreso particolarmente.
Nella sezione visitatori, area overlay mappa (lo spazio dedicato alle aree geografiche di provenienza dei visitatori) c’era Aversa.
Un analista senz’anima direbbe c’è un tot di visitatori della Campania… Io, empaticamente, mi sono soffermata su altro. Chi c’era dietro l’indicazione di quella città? Erano Ilaria, Davide, Luisa, Elisabetta, Mariella o Francesca? Chi è che da lontano ci guarda? A chi parliamo quando scriviamo su FB, Linkedin, Twitter? A chi arrivano le nostre storie? A chi indirizziamo i nostri pensieri, i nostri stati d’animo, le nostre osservazioni? Vi ci siete mai soffermati? Ci avete mai pensato?
E, come se non bastasse, mentre continuavo queste riflessioni fuori dall’ufficio ecco che, passeggiando con Alfredo, intorno a casa e in una delle più note pasticcerie siciliane della capitale ho incontrato due ex colleghi che non vedevo da un po’. La prima cosa che mi ha detto lui è stata: Ti seguo eh, so tutto di te. Da Linkedin! E così tante altre volte, come stamattina, l’ultima, quando ho incontrato Laura – vista poche volte – che appena mi vede mi dice: Mi ricordo di te. Ti leggo su Linkedin.
Persone lontane, magari conosciute poco e da poco, sanno di te. Potere della rete. Rischi e vantaggi della condivisione sulla rete.
E, mentre mi dico che sarò più cauta prima di dare connessioni, mi accorgo che in realtà questo spazio mi piace, questa modalità diversa di condivisione, questa trama finissima e amplissima capace di tessere discorsi apparentemente interrotti, questa piazza virtuale dove, se vuoi, puoi scendere in strada. Oppure, liberamente, decidere di restare alla finestra.

Quando essere social non è smart

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Un articolo sul Sole 24ore di qualche settimana fa parlava di device hi-tech che hanno avuto poca fortuna nel conquistare il pubblico. Nella lista dei vari apparecchi che hanno mancato il colpo in questo 2010, è presente anche Kin di Microsoft.
Si tratta di un telefonino lanciato in due versioni ad aprile e ritirato dal mercato ai primi di luglio.
Se pensiamo che l’iPhone 4 ha dato via 1,7 milioni di unità in soli tre giorni, vendere solo 500 apparecchi in sei settimane rappresenta, senza dubbio, un vero e proprio flop.
Eppure il Kin era stato presentato sul mercato come un “social-fonino”, uno strumento ideale per chi vive buona parte del tempo sui social network. Puntare su questo target in crescita (se lo è in Europa, negli Stati Uniti ancora di più) e potenzialmente molto profittevole, sembrava di per sé una garanzia di successo.
Ma il mercato ha dato torto all’azienda di Redmond e non è bastata una buona campagna di comunicazione per portare a casa il risultato.
L’advertising evidenziava la possibilità del networking offerte da Kin, presentando un “esperimento sociale”: ad una comune ragazza americana di nome Rosa, veniva offerta la possibilità di capire se i suoi contatti online fossero realmente degli amici. Un documentario raccontava il viaggio di questa ragazza in giro per l’America, con l’obiettivo di conoscere nella vita reale le persone connesse con il suo profilo online.

Uno storytelling a mio avviso interessante e che mi avevo colpito. Girato in stile Mtv, le varie clip di questa pubblicità avevano catturato la mia attenzione. Eppure, i 500 esemplari venduti sono lì a testimoniare la débâcle di Kin.
Vari articoli di settore (Ilsole24ore, Moconews, il canale finanza di Yahoo, Betanews, Zdnet) offrono un risponso unanime sul perché del fallimento.
Prima di tutto, si è voluto travestire da Windows Phone 7 un apparecchio basato sul sistema operativo Windows CE.
Ma l’errore più grande è stato un altro: nonostante questo “socialfonino” mancasse di elementi chiave che tutti i telefoni offrono al giorno d’oggi,  il costo dell’abbonamento a Verizon (la compagnia telefonica statunitense che l’offriva in esclusiva) aveva lo stesso prezzo di un traffico dati offerto per uno smartphone.
Microsoft ha peccato di presunzione: ha voluto dare alla possibilità di integrare facebook, myspace e twitter su un device mobile, lo stesso valore di features evolute. Su Kin, infatti, non c’è mai stata la possibilità di scaricare applicazioni o giochi, non aveva programmi di istant messaging e non offriva la possibilità di sincronizzare calendari e rubriche.
Un prodotto, insomma, che ha sofferto di una pessimo posizionamento sul mercato nonostante l’insight vincente, il suo bel design e una campagna promozionale ben fatta.

Il futuro da condividere

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Stamattina, è passata di qui Chiara. Sebbene non abbia potuto (per tutta una serie di ragioni che spero di aver ben motivato) dire di sì ad una richiesta di stage, ho dato qualche suggerimento (spero utile) su come muoversi a Roma, tra eventi e non profit. Quello che le piace e su cui non siamo, al momento, concentrati in termini di business.
Domani, toccherà a Rocco. Gli proporrò uno stage retribuito nel reparto web-marketing. Che l’anno scorso non potei offrirgli.
In settimana, ho inviato qualche consiglio a Domenico per la tesi di laurea.
Vittorio e Francesco, ormai, sono in pianta stabile. Valentina c’è stata.
Penso che essere insegnanti è un po’ come essere imprenditori.
Ce l’hai dentro o no. Non inizi ad esserlo quando ti firmano un contratto. Non smetti di esserlo quando un contratto scade. Non guardi al profitto. Non guardi al domani. Rifletti sui contributi che puoi dare e non su quelli che ti spettano. Non vendichi né rivendichi.
Fai politica. Senza comizi, senza tessere, senza voti.
Ricordi le origini ma non ne sei schiavo. Sei consapevole del presente ma non te ne lasci condizionare. Il tuo orizzonte è il futuro.
Perciò, comprendi quando chi lavora con te non ti comprende. Sai che non è tenuto a farlo. Sai che comprenderà.
Perché sai che il futuro è anche suo. Soprattutto, suo.
Qui e altrove. Soprattutto, altrove.

L’ultimo post

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Il mio ultimo post risale al 21 maggio. Questo post è la sintesi di tutti quelli che prima e dopo ho preparato e abbozzato ma che non sono arrivata a concludere. Un collage di post iniziati e mai finiti. Ma sono lì e qualcosa dovremmo pur farci.
Cosa è successo dalla data di creazione del primo post non pubblicato ad oggi? C’è un filo? Una tendenza da cogliere? È stata pigrizia quella che mi ha fatto lasciare i post così o solo una maturazione in atto? E se, come ho già detto, penso alla vita come cerchi concentrici, c’è un senso in tutti i post inediti?
Provo a cercalo, proponendo una sorta di dialogo tra incompiuti. Senza sapere bene cosa verrà fuori.

Questa settimana ho imparato che (27 maggio)
Il cliente non ha sempre ragione.
Dire al cliente, con determinata ed educata fermezza, certe cose alla lunga premia.
Il cliente è difficile da conquistare, complesso da curare.
Ma poi, cross Over (9 giugno)
Un cliente ti segnala una cosa bella che ha visto in giro, senza sapere che la campagna di cui parla l’abbiamo realizzata noi, per un altro cliente. Parli con un altro e scopri che ti parla del film che stai promuovendo e lo definisce spettacolare, bellissimo. Piani che si intersecano, linee che si incontrano, identità uniche eppure unite.  Cogli nel segno e, mentre valorizzi l’unicità (il cliente non riconosce la firma Estrogeni, ma la qualità e il segno), ti accorgi di aver preservato un’identità di bellezza, di stile. Mi  piace pensarci così: unici e paralleli, tangenti e perpendicolari. Acuti e ottusi. Facce uniche della stessa medaglia. E quando qualcuno comincia a ricordarsi di noi (vi ho sentito nominare) e, a memoria, ti cita la head di una campagna che hai realizzato pensi che stai seminando qualcosa.
E mentre sei più tranquillo arriva giugno. E le provocazioni diventano stimoli (21 giugno)
Il mese di giugno è un mese particolare, sembra apparentemente immobile.
Quando ero piccola finivano le scuole e si partiva per le vacanze.
Quando lavoravo nel volontariato, si preparavano i campi estivi, che ci sarebbero stati a cavallo tra la fine del mese e i primi di luglio. Era tutto un fermento.
Quando ero nel terzo settore, si progettava il Natale: biglietti, mailing, pianificazione media tutto veniva deciso in quel mese.
Da quando sono ad Estrogeni, giugno è un mese di passaggio, apparentemente immobile può diventare ricco di spunti. In chi sa coglierli.
E l’unica è affidarsi e partire. Departures (2 luglio)
Questo film è un viaggio. Di ritorni più che di partenze. Di ritorni a casa di Dalgo, del padre scomparso, dei salmoni che ritornano dove sono nati per morire. È un ritorno alle origini.
È un film sui riti e sull’umiltà, sulla verità dei sentimenti e sulla capacità unica del protagonista di accettare la propria condizione: non un talento artistico ma un raffinato preparatore di morti.
E forse, questa è la serenità più grande. L’andare al di là dei luoghi comuni e scoprire che, a volte, quello che sembra lontanissimo e ostile ai più, è proprio quello che fa per noi. È aver fiducia in chi, conoscendoci, ci dice di fidarci. E di provarci.

Così nasce questo post. Per provarci, per guardare i mille punti che diventano linea, per riaffermare la bellezza di questo spazio di comunicazione solo nostro, senza bavagli, perché – come afferma Kawakumi -  il futuro dei corporate blog è proprio questo: diventare il punto centrale di un network multicanale di luoghi di conversazione attraverso cui l’azienda faccia sentire la propria voce (e ascolti l’eventuale voce dei suoi clienti).

Un bacio a Corina

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“Un giorno d’estate una donna di cinquant’anni con un bellissimo nome greco passò accanto a un fiume e guardando un prato di erba alta con pioppi di là dell’acqua ricordò un bacio”.
Tra la a di antipatia e la b di bambino (ne vogliamo parlare?!…), spunta l’incipit di Bacio, tratto dai Sillabari di Parise.
Non c’è nulla di autobiografico, in questo racconto. Eppure, c’è tanto di noi.
Di me, Lucia, Daniela, Lorenzo, Agostino. Di Estrogeni che è stata e che è.
Da quei giorni lontani di settembre 2003, in cui Umberto mi contattava per presentarci una signora spagnola. Bruna, elegante, severa e gran fumatrice.
Bacio. Quante volte abbiamo chiuso così i nostri sms.
Bacio. Lo cercava sempre, allargando le braccia appena scorti all’orizzonte.
Bacio. Come un sigillo al bellissimo rapporto creato. Per caso, avviato. Con tenacia, costruito. Con passione, consolidato e tenuto vivo.
Corina, oggi che è un giorno d’estate ma non ha ancora cinquant’anni, se ne sta forse distesa in qualche parco nella sua splendida e caleidoscopica Granada. Un giorno cristiana, quello dopo ebrea, quello dopo ancora musulmana.
Corina, che me l’immagino con una tazza di caffè rigorosamente in tazza americana, seduta accanto o di fronte a Sofia, che invece preferisce il tè.
Corina, che il 2 aprile 2008, ci fece entrare (concretamente, impolverandoci sul cantiere) nel mondo allora sconosciuto degli outlet. Eravamo io e Davide, la prima volta, a guardare dall’alto lo scheletro che prendeva forma. Saremmo stati io, Daniela e Lorenzo, tante volte dopo, a guardarci negli occhi all’interno della baracca arredata con linee svedese e calore spagnolo.
Corina, che tanto ci manca e tanto manca al mercato. E che il mercato omaggia, parlando dei suoi progetti, così visionari, così affascinanti, così colti.
Corina, con il suo nome greco e il gelato da bambina al porto di Napoli.
Corina 300x225 Un bacio a CorinaEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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