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Permettete? Un pensiero con la coda.
Ci sono diverse affermazioni che condivido sullo stato dell’arte del marketing e suoi possibili scenari futuri. L’interruption marketing non funziona più. Identificate la vostra nicchia, tribù, e guidatela. Dovete dialogare! Condividere! Fidelizzare!
Ma continua a colpirmi quella che dice sempre che il marketing moderno (per me marketing virale, nell’accezione di sempre nuovo, sempre diverso) è sempre più consapevole che consumatori non hanno più bisogno di uno spot che faccia nascere un desiderio in 30″. Il consumatore vuole soddisfare bisogni più personali, più intimi, più individuali di quelli che la tv tenta ancora di imporre alle masse. Di certo è molto facile pensare che spendendo migliaia di euro producendo spot per le ore di primetime dovrà pur capitare di beccare il proprio target . Il problema è che, parlando di tv, dopo quello spot né verrà un altro e un altro ancora. Scene di prodotti radicalmente diversi si alterneranno ad un ritmo asfissiante, montando un vero e proprio film horror agli occhi del telespettatore, che magari aspetta solo che gli venga rifilato il solito pacco delle 21 (discorso adattabile a tutti i mezzi one-to-many).
La busta con il vincitore dell’oscar di Miglior Prodotto dell’Anno non è più nelle mani delle masse, ma delle nicchie. Le persone ormai si fidano solo di quello che possono toccare con mano, e utilizzano l’esperienza fatta da terzi per convincersi ad acquistare. Va da sé che migliore sarà il lavoro di promozione svolto sugli e dagli early adopters, maggiore sarà il numero di consumatori interessati al prodotto.
Leggendo, anche con poca attenzione, la curva di Moore questo concetto è più che evidente.

moore The winner is: il contenutoEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Sono inoltre convinto che la maggior parte dei marketer oggigiorno condivida l’importanza di capire come mettere in atto questo meccanismo di distribuzione del prodotto. Altrimenti, non sarebbero nate strategie social network oriented, il buzz marketing, i corporate blog. La differenza tra interruption marketing e permission marketing è proprio qui. Il primo punta ad inserirsi da subito dove ci sono più consumatori (maggioranza precoce e tardiva). Il secondo invece punta ad entrare nella stessa fetta di mercato, chiedendo l’avallo alla precedente. Agendo in questo modo non si sa quanto grande potrà essere la porzione della maggioranza precoce/tardiva. Ma la curva di Moore non finisce con i ritardatari. Infatti essa non cade a picco sull’asse X, ma continua all’infinito. Arrivando così alla costruzione della celeberrima coda lunga di Anderson. Ecco come si trasforma il grafico precedente.

moore 300x111 The winner is: il contenutoEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

La coda lunga è una straordinaria interprete di quanto sia importante il contenuto per i consumatori postmoderni. Per gli innovatori e gli early adopters è fondamentale. Scema invece entrando tra la maggioranza precoce/tardiva, peggio ancora per i ritardatari, per cui l’acquisto del prodotto è motivato non più principalmente dalla forza del suo contenuto, ma da fattori ulteriori come la moda, ad esempio.
Per quanto mi riguarda, un marketer che vuole conoscere dove concentrare la propria campagna di distribuzione, o semplicemente  sapere dove fare seeding, dovrebbe seguire le due curve. Lavorando con un contenuto molto forte su una piccola fetta di mercato.
Come al solito sto scrivendo troppo. Vengo al dunque.
Tutto questo ragionamento mi ha fatto pensare ad un altro problema, relativo ai risultati. In principio, il cliente ti dava un prodotto, un budget e da te voleva un’idea, una pianificazione e dei risultati. Investimento, Tempo on air, Quantità di prodotto venduto, erano le variabili necessarie per ottenere il Risultato da valutare a  fine campagna. Come si fa ora a dire ad un cliente ideiamo, pianifichiamo, andiamo on air, ma per i risultati prego passare tra circa un anno per vedere dove è arrivata la coda lunga?

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Purple rain

Google Buzz

Permettete? Un pensiero di colore viola.
Passando la maggior parte delle ore del giorno davanti ad un Mac, la sera torno a casa senza sentire la minima necessità di accendere né tv, né altro tipo di monitor.
Allora le alternative nel mio consumo mediale restano i libri, e qualche visionario fumetto. Ben conscio del fatto che presto faranno la fine delle video/audiocassette, mi consolo pensando che ne ho ancora tanti da leggere, e spesso da rileggere.
In realtà non mi capita spesso di rileggere un libro. La prima volta è stato con Siddartha. Ora è ricapitato con Purple Cow (La Mucca Viola), forse il libro più celebre di Seth Godin.
Letto agli albori dei miei studi universitari, quando avevo appena iniziato ad annusare le prime nozioni di marketing, e riletto ora che il marketing fa parte della mia routine come la colazione e l’aperitivo del Venerdì sera. Se non lo avessi scoperto probabilmente non mi sarei mai avvicinato a questa professione. Thanks Seth.
Rileggendolo ora che guardo questo mondo dall’interno, posso confrontare ai casi studio citati dal guru americano quelli vissuti in prima persona. Il sapore della rilettura diventa quello di una lettura brand new. In particolare mi sono soffermato a ripensare alle pagine sul “complesso industriale-televisivo”, il cui funzionamento è sinteticamente ed esaurientemente spiegato da Godin nel libro per introdurre un cambio epocale nel mondo del marketing moderno (post-moderno, direbbero gli esperti):

“In passato vigeva questa regola:
crea prodotti comuni e affidabili
e promuovili con un marketing di qualità.

La regola che vige oggi è invece:
crea prodotti straordinari (le mucche viola, ndr)
capaci di attrarre le persone giuste.
(Seth Godin, Sperling & Kupfer Editori, La mucca viola, p.14, 2002)

Interpreto.
Non è importante la dimensione del target a cui ti riferisci (spot televisivo = la massa), ma quale influenza hanno i gruppi con cui dialoghi sulle persone con cui questi giungono a contatto.
Morale della favola, contatta gli early adopters perché questo piccolo gruppo è in grado di determinare l’accesso del prodotto ad gruppo più grande, ad un mercato più grande, più esteso.
Ma se bastasse solo questo saremmo a cavallo. Purtroppo non basta. Serve che il prodotto sia viola. Sia straordinario. Altrimenti perché dovrebbe interessare ad un adattatore precoce? Non fa una piega. Anzi no.
Alzi la mano chi non si è mai trovato a dover promuovere un prodotto di cui non condivideva i benefit. Ammetto, l’ho alzata.
Ma è più che normale. Il mercato sarà sempre popolato da prodotti mediocri. Non sarà mai ammesso il comandamento del “non creare un prodotto a meno che non sia straordinario, altrimenti è peccato”. I motivi sono molteplici. Uno di questi riguarda il fatto che le persone hanno idee. Ma non è detto che queste idee saranno sempre vincenti. Saranno portate avanti con passione e audacia, cogliendone lo scintillio da ogni angolazione, eppure capita che la realtà uccida il genio.
E poi se tutti producessero prodotti straordinari, non ci sarebbe niente di straordinario di cui parlare. Allora come faccio ad attrarre un untore con un prodotto non-viola?
La soluzione in questo momento ancora non ce l’ho, ma confido magari di trovarla nel prossimo guru’s book. Per il momento credo che fin quando resisterà la dicotomia Prodotto Straordinario vs Tutto il resto (Muccha Viola/Mucche Marroni, secondo Godin), sopravviveranno almeno sempre due modi di fare marketing. Il marketing per tutti i prodotti (televisivo, stampa, ATL) e il marketing per i prodotti viola (non-convenzionale). Ma questo non è un libro per marketer…
Riporto infine il contenuto di una tabella molto interessante presente sul libro, in cui Godin distingue i prodotti che hanno avuto successo grazie al complesso industriale-televisivo, e quelli che hanno avuto successo perché sono delle Mucche Viola:
- Prodotti complesso industriale-televisivo:
Barbie, Prell, Honeywell, United Airlines, McDonald’s, Marlboro, Cap’N Crunch, Battling Tops, Excedrin, old Maggiolino Volkswagen.
- Prodotti Mucca Viola:
Starbucks, Magic Cards, Dr. Bronner’s, Linux, Jetblue, Outback Steakhouse, Motel 6, Mp3, Dr. Bukk, Prozac, Il nuovo Maggiolino Volkswagen.

Quale altro prodotto/brand inserireste nell’ultima serie? Io ci vedrei bene  l’Ipod (non l’Iphone perché il suo successo dipende molto dal successo dell’Ipod di cui non ricordo di aver mai visto una spot tv), Facebook, Moleskine, Youtube…

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Google tra croci e delizie

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Stamane, Il Sole24ore ha pubblicato un articolo che presenta due punti di vista opposti sul significato della condanna del tribunale di Milano a sei mesi per violazione della privacy per tre tra dirigenti ed ex dirigenti di Google. Ciò che mi ha colpito di questo articolo è che entrambe le riflessioni presentano stimolanti punti di vista.
Nel suo essere “pro” sentenza, Daniele Bellasio comincia la sua riflessione domandandosi quale sia la natura della rete (è un’autostrada, uno spazio libero o un enorme, colossale, policefalo e multidirezioneale editore?) e concludendo che, a prescindere da qualunque cosa essa sia, è necessaria  una qualche sorta di regolamentazione, anche se una sua autoregolamentazione sarebbe più auspicabile.  Interessante in particolare il passaggio in cui si legge che “se internet è un editore universale che fa business con la diffusione delle informazioni, di qualunque tipo, e la raccolta con altrettanta diffusione della pubblicità, allora non si capisce perché non debba prima o poi porsi il problema di una regolamentazione”.
Interessante perché anche Alessio di Domizio arriva più o meno alla sua stessa conclusione, sottolineando come il fine ultimo di Google sia il profitto e di come sia forse ingenuo identificare in maniera fideistica l’azienda  al concetto stesso di progresso e di bene comune. E allora non è tanto scorretto farsi questa domanda: “se poi l’innovazione entra in rotta di collisione con la legge, è corretto presentarla come qualcosa che si prende o si lascia tout-court, alla stregua di una fede religiosa?”
Dal canto suo, Alessandro Plateroti afferma che questa condanna potrebbe rappresentare un pericoloso precedente legislativo a livello europeo in quanto sancisce la responsabilità diretta dei manager di una società internet su contenuti inseriti da terze parti. Dal suo ragionamento emerge come questa condanna possa essere un  intrusione non necessaria all’interno dei meccanismi di autoregolamentazione propri della rete e che sembrano essere perfettamente funzionanti.
Senza dubbio tutta la faccenda rappresenta una tematica complessa e piena di argomenti stimolanti quali la tutela della privacy personale (e  la sua violazione),  la censura,  il controllo e l’autoregolamentazione, la libertà di espressione, il rispetto della dignità altrui e le logiche proprie della rete. Non ci sono ancora le motivazioni della sentenza del tribunale di Milano e quindi entrare nel merito della “questione Google” senza avere delle basi concrete su cui fare commenti non ha molto senso. Il senso di tutto sta, secondo me, nel come questa notizia ha reso più evidente la consapevolezza di un vuoto teorico e legislativo (solo in Italia?) sulle dinamiche del web, di una criticità da affrontare  e della necessità di portare avanti una riflessione sulla natura di internet e delle cose che attraverso di essa è possibile o non è possibile fare. L’esplosione di post inerenti questa notizia testimonia l’urgenza e la voglia delle blogosfera di approfondire in maniera intelligente e critica questo argomento.
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Un post è per sempre

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Pausa caffè. Si inizia a discutere di social media e social networking. Inizia la sociologia spicciola. Riflessioni di riflessioni, poi tutto termina in silenzio. Si torna a lavoro, ma tutti sono ancora lì a riflettere sulle “perle di saggezza”. Network/Famiglia. Social Network/Cinematografo. Barbiere/Blogger. Cliente/Consumatore postmoderno. Leggi l’ultimo post di Vincos Blog e la casualità ti perseguita. Quel non più consumatore, orami diventato autonomo, esigente, competente, selettivo, è in quell’analisi.
Il consumatore postmoderno è molto più sofisticato del suo predecessore. Un individuo tendenzialmente infedele alla marca. Un consumatore che è alla ricerca di esperienze e non di semplici prodotti, qualcosa che sia personalizzato e personalizzabile. Non tende a stabilire un rapporto subalterno e/o passivo con il produttore/venditore, ma richiede un rapporto dialettico che spinge l’azienda alla logica della relazione. Oggi gli individui sono diventati parte attiva della comunicazione aziendale, non possono essere ignorati, ma ci sono aziende vincolate alla vecchia comunicazione ipodermica.
Un esempio, recente, di pessima gestione del consumatore è quella portata avanti dalla John Ashfield, che risponde alle esigenze di un consumatore (Sybelle) servendosi di una lettere aperta di Andrea Celi, proprietario dell’azienda italiana. Un comunicato stampa molto più vicino ad un biglietto lasciato lì prima del suicidio. Parole da cui scaturisce l’errata visione del cliente, tanto che ci si spinge ad una paternale da lacrime agli occhi.
“Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni”.
Gli errori di gestione sono molteplici, ma il finale è pure delirio comunicativo.
“Quindi Le chiedo sinceramente di aiutarmi in prima persona a far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda”.
Un’azienda che vive sul Web non può pretendere il controllo di un mezzo. Il Web non è una medium classico, in cui i criteri di notiziabilità giocano un ruolo fondamentale. Nel Web tutto è costantemente illuminato a giorno, tutto è monitorato, tutto è per sempre.

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Fedeltà

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Ieri sera arrivo puntuale al mio appuntamento cinematografico. Cinema King, faccio la fila, compro il biglietto e, ad accompagnare i pochi spiccioli di resto, un coupon. Lo guardo incuriosita, mi chiedono una manciata di dati personali in cambio di una fidelity card.
Inizio a compilare i campi nome, cognome, mail, cellulare (oramai sempre più simile a un numero verde, ahimè), interessi; consegno il modulo alla cassa e ricevo il mio gadget.
Il faccione di Almodovar si staglia sulla mia Circuito Cinema Card. Guardo nel portafoglio e mi viene da sorridere. Non ho alcuna carta di credito, solo un bancomat e una sfilza di carte fedeltà: tre librerie, il videonoleggio, il supermercato, lo store tecnologico, l’abbigliamento, i trasporti, i dischi, profumeria.
Per ognuna di loro qualcuno mi ha venduto la sensazione di essere speciale, di avere qualcosa che altri non hanno, mi hanno venduto un privilegio.
Accumulo punti, ricevo sconti, inviti. Io e migliaia di persone come me che anelano al biscottino dopo aver riportato il bastone. Sì, perché è appunto di fidelizzazione che si parla. Fedeltà in cambio di scintillanti carte con il nostro nome inciso, da esibire al momento opportuno.
La mia riflessione dura il tempo dei trailer prima del film, si spengono le luci e inizia Tra le nuvole.  Passa qualche minuto e Clooney sfoggia tutte le sue card  Honour Member, rido.
Ryan Bingham definisce fintimo il rapporto tra noi e i nostri fornitori di prodotti/servizi. Le card, platino, oro, argento che siano, ci legano a loro con un vincolo che è tra l’intimo (quel care tanto caro al marketing) e il finto (i profitti che si traggono). Come dargli torto?
CC card almodovar FedeltàEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO
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