Riflessioni

35 millimetri

Davide

By Davide
Published 8th February, 2012

35 millimetri. Ma non è un film. O forse sì. Un pessimo film, però. Un thriller per chi vive a Roma, qualcosa tipo Natale a Cortina per chi ci guarda da fuori. Proiettato venerdì 3 Febbraio.
35 millimetri. Di neve, però. Ovvero 35 centimetri. Lo sanno tutti i tecnici, dicono. Eppure, qualcosa è andato storto. I nostri amministratori non lo sanno. Tutto avviene a loro insaputa.
Inutile scrivere cosa sia successo, lo sapete già. Quante ore avete passato in macchina venerdì pomeriggio? Io tre e mezza per fare 8 chilometri. Poco più di 2 chilometri all’ora, però! Sono stato fortunato, c’è chi è stato sul GRA per 5 ore, e chi sul treno per 7 ore.
Nei supermercati, sabato mattina, c’è l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Pane finito, latte finito, verdura finita. Sembra una guerra. È una guerra.
È la guerra dell’inefficienza diffusa, del pressappochismo, della menzogna, dell’incapacità di gestire sistemi complessi. Dell’informazione malata, anche: i telegiornali, faziosi e inguardabili, dicono che anche a Londra e Parigi ci sono stati disagi (certo, come no), oppure, ridicoli, invitano i senzatetto a rimanere a casa. Ma intanto spargono ansia, dicendo che i generi alimentari scarseggeranno e i prezzi aumenteranno.
Naufraghiamo come Schettino, ubriachi e spavaldi. Mentre il mondo che ci guarda non sa se essere attonito o ridere. Ridere dei nostri leader da operetta, che di fronte ai disastri, paesi navi e città che affondano, come dei bambini rispondono: “non è colpa mia”.
Qualche risata ce la facciamo pure noi. Il finto Alemanno che twitta “abbandonate la città” ad esempio. O guardando i bambini che giocano e fanno i pupazzi di neve. In fondo Roma imbiancata è uno spettacolo.
Ma la colonna sonora perfetta per leggere questo post è Goodbye Malinconia di Caparezza: “Come ti sei ridotta in questo stato?” Abbiamo perso la guerra, per 35 millimetri, è la risposta.

Web share

Lorenzo

By Lorenzo
Published 3rd February, 2012

Liberalizzazione,  semplificazione, mercato, concorrenza leale. Parole vuote, finché non proviamo a riempirle di significato concreto, tangibile, quotidiano.
È da tempo che avrei voluto scrivere questo post. Perché le mail inviate alle redazioni dei giornali sono state cestinate (imbavagliate?). Forse perché le ho indirizzate a rubriche di quotidiani appartenenti a gruppi editoriali quotati in borsa? Può essere. E allora chiedo un’eccezione di genere al gestore del blog per questo post, anche se in fondo credo che l’applicazione della tecnologia alla democrazia economica abbia un forte riflesso in termini di socialità (per certi versi, ne abbiamo parlato anche martedì, con l’intervista a Laura Colciago).
Il punto. Spesso mi sono trovato a discutere con amici e conoscenti della necessità che anche nelle cose economiche vi sia la piena assunzione di responsabilità da parte di chi le governa e le indirizza. Accade nei condomini, nei piccoli esercizi commerciali, nei mercati rionali, nella gastronomia sotto casa che fa fatica ad andare avanti.
Perché questo non deve accadere anche nelle grandi società, quelle quotate in borsa? Perché deve esserci asimmetria tra i vantaggi che derivano dal controllare una grande azienda esprimendone il management, accumulando cariche nei consigli di amministrazione, non pagando tra l’altro il premio di maggioranza alle migliaia di piccoli azionisti che costituiscono la vera maggioranza numerica (come capitale e come soci) di aziende come Telecom Italia, Generali, Unicredit, Enel solo per citarne alcune, e le responsabilità che ne derivano? Insegnano in qualsiasi business school (ma l’insegna la vita, in definitiva) che la prima e più importante delle responsabilità si ha verso gli azionisti in senso ampio e non esclusivamente verso i grandi azionisti.
La tecnologia potrebbe venirci in soccorso se solo il nostro ministro dello Sviluppo Economico insieme al ministro dell’Economia – già commissario Ue per la concorrenza di mercato – decretassero che la partecipazione alle assemblee dei soci delle società quotate in borsa può avvenire anche tramite procedura di accreditamento telematico e, conseguentemente, partecipando in diretta web all’assemblea dei soci con possibilità di voto a mezzo posta elettronica certificata. In tal modo, il piccolo azionista che, pur avendo interesse (e i piccoli azionisti rappresentano, appunto, il maggiore degli interessi) ad oggi non trova conveniente ancorché opportuno acquistare un biglietto aereo per presenziare all’assemblea della società di cui è comproprietario, potrebbe premiare o punire a proprio insindacabile giudizio l’operato del management.
Questo fa il paio con la rituale circostanza che vede il piccolo azionista (che, ribadisco,  insieme ai suoi colleghi e compagni di sventura, in numerose situazioni rappresenta la maggioranza del capitale) scaricato dal management quando è chiamato a pagare il prezzo di scelte aziendali. Finanche in occasione dell’approvazione del bilancio, non gli è consentito esprimere un parere sull’operato degli amministratori a cui già personalmente non ha affidato la gestione della propria azienda.
Comprendo che oggi si presentano all’orizzonte ben più sentite necessità. Ma il rischio è che la condizione di affamati o per dirla più bella di indignati, ci consentirà sempre meno spazi per reclamare l’affermazione del principio di democrazia economico-finanziaria che è il cardine di qualsiasi sistema sociale responsabile: governo io e ne rispondo a te.

Il tempo non perdona

Matteo

By Matteo
Published 27th January, 2012

27 gennaio 1945. Le truppe dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz. 55 anni dopo, quel giorno in Italia – che pure ha avuto i suoi morti, che pure ha avuto i suoi torti – diventa sacro alla memoria. Dei sommersi come dei salvati. Di chi in quel campo – in tutti quei campi – ci è bruciato per sempre. Di chi ci ha perso l’anima. Di chi l’ha vista farsi fumo nero, o mucchio d’ossa. 27 gennaio. Un giorno freddo, che nonostante le parole spese, le scuse offerte, i libri scritti e i film girati non potrà mai rendere la privazione. Del sole, che pure è di tutti. Della dignità, che meritano tutti. Della vita, che dovrebbe avere lo stesso valore. Per tutti. Ecco perché oggi sentiamo un po’ più freddo. Le parole sembrano trite. Le immagini (vere) materiali di archivio. E se scavando nei ricordi proprio non troviamo niente, perché quei fatti li abbiamo solo sentiti o visti con mille filtri, resta il tempo a ricordarci le colpe. Se non le nostre, di chi c’era per noi. Per aver permesso che – settant’anni fa – qualcosa di terribile avvenisse. Per aver finto – per anni – che non fosse mai successo. Per aver cercato di esorcizzarlo, quasi fino a riuscirci.

Marca tempo

Alfredo

By Alfredo
Published 26th January, 2012

Mi chiamano in causa come imprenditore. Credo nella giustizia, non mi tiro indietro e affronto la questione (nonostante sia palese che trattasi di un madornale errore, di cui sono vittima più che altro).
Per fortuna, ho un socio avvocato e un socio notaio, che mi aiutano nella comprensione della pratica. Ho sempre pagato ogni tipo di tassa e/o imposta, come persona fisica e amministratore, penso dunque ancora idealmente che basti ciò a mandare avanti, per mia quota parte, (anche) il sistema giustizia (cancellieri, magistrati, giudici…). E invece, no. Se sei chiamato in causa e vuoi difenderti, oltre a farti carico dell’onere della prova, ti tocca pagare anche un contributo in più, proporzionale al valore economico della causa. E sia, procediamo.
Si chiama contributo unificato di iscrizione a ruolo e consiste in una marca da bollo. Semplice, pensavo. Vado dal tabaccaio e me la faccio stampare. Sta lì apposta, ha una macchinetta apposta, è titolare di una licenza pubblica, dove altro posso e devo acquistarla? No, non è così semplice. No, non è così coerente.
La marca da bollo in questione ha un valore di 1.446€. Penso che il tabaccaio sia fornito di pos, gliel’ho visto spesso sul bancone, ho pagato più volte l’abbonamento Atac, me la caverò con una strisciata di carta di credito. In tempi di semplificazione e tracciabilità, nulla di meglio, mi dico. Prima tappa, via Nomentana 156. Tabaccheria D’Amico, ore 17. Alla cassa, c’è quello che immagino essere il marito della titolare. No, a quest’ora è impossibile, ho sì la macchinetta ma non c’è la persona che la sa usare. Il giovanotto al bar, che mi conosce di vista, mi dice che se la so usare (…), posso stamparla io oppure andare dal tabaccaio all’incrocio. L’incrocio è in realtà viale XXI Aprile 13. Tabaccheria Maggiacomo, ore 17.15. Prego. Avrei bisogno di una marca da bollo per contributo unificato, avete un pos? No. Accettate assegni? No, assegni assolutamente no. Quindi, solo contanti? Sì, solo contanti. Grazie, buonasera.
Torno in ufficio, controllo posta, chiudo computer, meglio che vada prima che si faccia orario di chiusura dei negozi. Viale XXI Aprile 73, ore 18.15. Da fuori, questo locale non sembra poi così grande. Profondo, fornito, due tipi a servire. Marche da bollo sì ma niente pos, mi dispiace. Si figuri a me, gli dico, salutandoli. E adesso? Ultima spes, la fornitissima tabaccheria Cesaroni di piazza Bologna. Ritrovo di giocatori, scommettitori, fumatori. Tutti incalliti. Ore 19.15. Fila alla cassa, solita tiritera ma finalmente qualcuno che m’illumina. No, il pos no. Ce l’abbiamo ma per le marche da bollo non ci conviene proprio usarlo. Sa che guadagno abbiamo su queste cose? Solo il 5% lordo, se poi ci mettiamo le commissioni per le transizioni, chi ce lo fa fare? Ma come chi ce lo fa fare?! Te lo fa fare lo stato (noi) e la licenza che lo stato (noi) ti ha concesso per fornire un servizio pubblico. Tanto più che io solo da te posso acquistare questi prodotti e solo fornendo questi prodotti, posso accedere alla difesa in una causa giudiziaria (giusta o meno che sia). Finisco la serata riflettendo sul cortocircuito che noi italiani sappiamo crearci e nel quale ci ritroviamo benissimo (tempo perso, privilegi incomprensibili, servizi non monitorati) e andando a fare tre prelievi al bancomat, incurante delle commissioni che mi toccherà pagare (non è il mio istituto di credito). Perché io non sono un concessionario pubblico e al mio onore, seppur bollato, ci tengo.

Siamo ciò che cerchiamo ’11

Francesco

By Francesco
Published 16th December, 2011

Sport, tormentone estivo e cronaca nera. Lo stereotipo dell’italiano medio è rispettato in pieno dall’analisi annuale di Google. Lo Zeitgeist 2011, personalmente, non mostra un cambiamento culturale ma certo ciò non dipende dall’intelligenza collettiva, che invece sta rivoluzionando l’intera “struttura” informativa. Un adeguamento alla velocità/accessibilità del mezzo, che apporta una ricchezza di dettagli e conoscenza fino a qualche anno fa inaccessibile a molti. La provocazione dello scorso anno, osannata quanto denigrata, offre oggi un nuovo piano di lettura differente della quotidianità. Un medium che nell’essere collettivo diventa l’amplificatore della pop culture, ma assurge a voce narrante di tutto ciò che sarebbe passato in sordina e/o censurato.
L’intelligenza collettiva genera l’informazione collettiva, il sapere collettivo, con tutti i suoi pro e i suoi contro.
Siamo ciò che cerchiamo, ma soprattutto ciò che creiamo.