35 millimetri. Ma non è un film. O forse sì. Un pessimo film, però. Un thriller per chi vive a Roma, qualcosa tipo Natale a Cortina per chi ci guarda da fuori. Proiettato venerdì 3 Febbraio.
35 millimetri. Di neve, però. Ovvero 35 centimetri. Lo sanno tutti i tecnici, dicono. Eppure, qualcosa è andato storto. I nostri amministratori non lo sanno. Tutto avviene a loro insaputa.
Inutile scrivere cosa sia successo, lo sapete già. Quante ore avete passato in macchina venerdì pomeriggio? Io tre e mezza per fare 8 chilometri. Poco più di 2 chilometri all’ora, però! Sono stato fortunato, c’è chi è stato sul GRA per 5 ore, e chi sul treno per 7 ore.
Nei supermercati, sabato mattina, c’è l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Pane finito, latte finito, verdura finita. Sembra una guerra. È una guerra.
È la guerra dell’inefficienza diffusa, del pressappochismo, della menzogna, dell’incapacità di gestire sistemi complessi. Dell’informazione malata, anche: i telegiornali, faziosi e inguardabili, dicono che anche a Londra e Parigi ci sono stati disagi (certo, come no), oppure, ridicoli, invitano i senzatetto a rimanere a casa. Ma intanto spargono ansia, dicendo che i generi alimentari scarseggeranno e i prezzi aumenteranno.
Naufraghiamo come Schettino, ubriachi e spavaldi. Mentre il mondo che ci guarda non sa se essere attonito o ridere. Ridere dei nostri leader da operetta, che di fronte ai disastri, paesi navi e città che affondano, come dei bambini rispondono: “non è colpa mia”.
Qualche risata ce la facciamo pure noi. Il finto Alemanno che twitta “abbandonate la città” ad esempio. O guardando i bambini che giocano e fanno i pupazzi di neve. In fondo Roma imbiancata è uno spettacolo.
Ma la colonna sonora perfetta per leggere questo post è Goodbye Malinconia di Caparezza: “Come ti sei ridotta in questo stato?” Abbiamo perso la guerra, per 35 millimetri, è la risposta.

Liberalizzazione, semplificazione, mercato, concorrenza leale. Parole vuote, finché non proviamo a riempirle di significato concreto, tangibile, quotidiano.
27 gennaio 1945. Le truppe dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz. 55 anni dopo, quel giorno in Italia – che pure ha avuto i suoi morti, che pure ha avuto i suoi torti – diventa sacro alla memoria. Dei sommersi come dei salvati. Di chi in quel campo – in tutti quei campi – ci è bruciato per sempre. Di chi ci ha perso l’anima. Di chi l’ha vista farsi fumo nero, o mucchio d’ossa. 27 gennaio. Un giorno freddo, che nonostante le parole spese, le scuse offerte, i libri scritti e i film girati non potrà mai rendere la privazione. Del sole, che pure è di tutti. Della dignità, che meritano tutti. Della vita, che dovrebbe avere lo stesso valore. Per tutti. Ecco perché oggi sentiamo un po’ più freddo. Le parole sembrano trite. Le immagini (vere) materiali di archivio. E se scavando nei ricordi proprio non troviamo niente, perché quei fatti li abbiamo solo sentiti o visti con mille filtri, resta il tempo a ricordarci le colpe. Se non le nostre, di chi c’era per noi. Per aver permesso che – settant’anni fa – qualcosa di terribile avvenisse. Per aver finto – per anni – che non fosse mai successo. Per aver cercato di esorcizzarlo, quasi fino a riuscirci.
Mi chiamano in causa come imprenditore. Credo nella giustizia, non mi tiro indietro e affronto la questione (nonostante sia palese che trattasi di un madornale errore, di cui sono vittima più che altro).


