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Estote parati

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Saranno stati gli scout che non ho fatto – ma ho frequentato -, le provocazioni di Chiara e Franco e la mia passione per la glottologia ma, l’altro giorno, quando, per caso una ragazza mi ha detto Estote parati è partita la riflessione. Quella che ho approfondito stamattina, presto, mentre spellavo i peperoni (tanto per ricordare chi fa cosa, ma questa è un altro post, vero Alfr?!?).
Estote parati, dunque: state pronti, state preparati. Oppure più bello, esortativo, siate pronti, siate preparati.
Estote parati che i napoletani efficacemente traducono nel musicale t’è a parà. Devi essere attento, preparato. Di solito con la premessa/esortazione, meno musicale ma più robusta:  statt’accuort!
Estote parati che le madri del sud interpretano alla lettera riempiendo all’inverosimile le dispense, pronte – non si sa mai – ad una guerra o calamità improvvisa.
Estote parati perché, si diceva nelle chiese, non sapete né l’ora né il giorno.
Estote parati – come nelle arti marziali – dove la difesa è più importante dell’attacco e la concentrazione è fondamentale per essere pronti alla risposta. Vero Fra?
Estote parati perché la preparazione è  concentrazione, attenzione, attivazione dei cinque sensi, energia in potenza.
E mentre si discute di Quagliarella mi sovviene che un gol va intuito, mirato, seguito, frenato, bloccato o deviato. In una parola parato (con l’italianizzazione dell’inglese parry, che dal nostro latino proviene) o che, gira che si rigira, alla fine sappiamo sempre, o quasi sempre, dove vogliamo andare a parare (a puntare l’attenzione o l’interesse).
Che siano parole, emozioni, colpi, tiri in porta o mancini, attacchi improvvisi o imprevisti, che sia giorno o notte, estate o inverno, estote parati!

Sette anni in un minuto

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Poco fa, salendo per via Vasi.
Davanti a me, Ignazio. Davanti a Ignazio, Agostino. Difronte ad Agostino, Teresa. Alle spalle di Teresa, Alessia. E dentro, già Matteo e Alessia the Second. Di fondo, il rombo del motorino di Albino.
Non siamo tutti ma è (metaforicamente) tutto.

Le vacanze (di tutti)

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buone vacanze2 300x185 Le vacanze (di tutti)Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Le vacanze (degli altri, per ora)

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Le vacanze (degli altri, per ora) sono spesso un viaggio nel tempo.
Tre, cinque, dieci anni indietro e, in assenza di Lucia, Matteo, Giada, ci ritroviamo, uno di fronte all’altro, io e Agostino, a pensare una creatività.
Cosa che non era in progress ma – nulla ci possiamo fare – il progress è così. Aperto per definizione. Anche quando pensavi di averlo chiuso.
Telefona il cliente e chiede ad Alessia, visto che siete aperti, ve la sentite di fare un campagna per domani? Vuoi dirgli di no?
No, appunto.
Le vacanze (degli altri, per ora) sono spesso un balsamo per lo spirito.
Tre, cinque, dieci anni, ti accorgi che sono passati, sì. Un capello bianco, qualche chilo di troppo, presbiopia questa conosciuta ma la testa funziona ancora. L’idea piace, ora tocca ad Albino prendersi il bravo dal cliente.
Le vacanza (degli altri, per ora) saranno anche le mie. E di Alessia, Chiara, Francesco, Ignazio, Albino, Lorenzo, Daniela e Agostino. Tra un giorno e poco più. Il tempo di un altro paio di campagne.

Lavorare insieme. Da Aversa a Milano

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Quando Alizia mi lesse la mano otto anni fa, circa, sorrisi. Era esattamente quello che desideravo: una vita senza soluzione di continuità tra affetti e lavori. Un unicum, una convivenza di coppia casa&ufficio.
Quando con Alfredo abbiamo fatto la scelta di lavorare insieme, la collaborazione è iniziata come uno stage, un periodo di prova. All’epoca in tanti, spaventati per esperienze dirette o racconti di terzi, provarono a farci desistere. Abbiamo sentito di tutto sulle disastrose conseguenze del lavorare insieme, dello stare insieme 24 h su 24, sullo spegnimento della passione, sul rischio di parlare sempre e solo di lavoro, sulla fine di uno dei due rapporti. O di entrambi!
Non siamo ancora arrivati alla crisi del settimo anno ma ci uniscono 5 anni di vita casa&ufficio e, sabato, dopo aver  letto l’articolo del Wall Street Journal riportato da La Repubblica, abbiamo trovato spunti noti.
Mentre Alfredo rifletteva che il punto è come consideri il lavoro e noi lo viviamo come strumento per affrontare la realtà, come sguardo sul mondo non staccato dal resto, non so perché, nella mia mente, si sono affacciate una serie di immagini di coppie al lavoro. Legate ai miei giorni ad Aversa, coincidevano con volti sereni, con immagini che si completavano.
La profumeria L., dove Ludovico ti suggeriva l’intimo e la moglie i cosmetici, o la salumeria  Andreozzi (oggi pizzeria) dove don Biaggio (con due g) alla cassa, con un occhio all’ingresso/uscita imbustava quello che la moglie aveva preparato.
Lui sempre più alla mano, magari più socievole e divertente, lei più preoccupata e tendenzialmente più fredda. Coppie belle, abituate a condividere tutto. Dalle gioie ai dolori, dalle preoccupazioni alle soddisfazioni.
Se oggi, dopo Roma, abbiamo ancora voglia di investire su Milano, di inventarci cose nella vita e nel lavoro, se abbiamo mille cose da dirci anche dopo 10 ore di lavoro insieme, credo che il segreto sia da cercare in una base solida di rapporto, nel profondo rispetto che ci lega, nel riconoscimento di ruoli e talenti, nella capacità di ridere e sdrammatizzare, nella voglia di condividere e accogliere  tutto come una opportunità per svolgere, come diceva Pavese, l’unico grande mestiere: vivere.

p.s.

Mentre scorro il decalogo per non far naufragare l’unione – tenere a bada la competitività, lavorare anche con altri, mischiare gli stili, evitare di parlare troppo di lavoro -, mi accorgo che l’unico che mi manca è l’ultimo, prendersi delle pause dalla vita di coppia. Vorrà dire qualcosa?
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