La comunicazione commerciale “deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione”. Lo dice l’articolo 10 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, e significa, tra le altre cose, che non si può rappresentare l’identità di genere in maniera stereotipata, offensiva e discriminatoria. Resta il fatto che ricorrere a seni e glutei è lo strumento più facile per un pubblicitario privo di inventiva; metti una bella donna inspiegabilmente eccitata a contorcersi su un pavimento come una tarantolata, inquadra le due o tre parti anatomiche maschio-ricettrici, nomina il prodotto, e la pubblicità è confezionata. Anche l’essere meno fantasioso potrebbe riuscire nell’impresa. Di pubblicitari poco creativi evidentemente è pieno il mondo, visto che non sappiamo quasi più chi sia la donna, tanti sono gli stereotipi con cui si propone la sua immagine ai consumatori (quando non è mamma è oggetto sessuale, quando non è formosa-cerebrolesa è manager-inacidita, quando non è nonna tè e pasticcini è velona o meglio ancora vecchia-adolescente). Siccome nessuno vuole sentirsi dire che farebbe meglio a dedicarsi ad un altro lavoro piuttosto che al proprio, i pubblicitari di Fastweb hanno trovato una scorciatoia: fanno pubblicità sessista, perché sono a corto di idee, ma nel frattempo criticano, anzi snobbano chi ricorre ancora alle rotondità femminili per attirare consumatori. Questo è quel che vedo io quando in tv trasmettono lo spot di Fastweb: Valentino Rossi e Paolo Cevoli sono in poltrona a sorseggiare un aperitivo mentre parlano presumibilmente del prodotto informatico che pubblicizzano, davanti a loro si muovono a rallentatore un gruppo di ragazze, che saltellano starnazzando come oche, e giocano con un pallone (giocano “con” il pallone nel senso che si passano la palla come delle bambine, giocare “a” pallone, descrive un’attività più impegnativa che ancora si riserva al soggetto maschile). Mentre loro zampettano qua e là, la telecamera inquadra glutei e seni abbondanti che sballonzolano su e giù. Paolo Cevoli si agita tutto sulla sedia e freme davanti a “quelle gnocche” che potrebbero essere sue figlie. Gli manca solo la bava al lato della bocca quando dice: “Hai visto che roba!”. È la volta di Valentino Rossi, al quale è assegnato il ruolo di scimmiottare la denuncia del sessismo pubblicitario, le parole che pronuncia, infatti, non servono a spiegare all’amico quanto sia offensivo strumentalizzare il corpo femminile ed erotizzarlo per scopi commerciali, ma dice “sei matto! Noi siamo Fastweb mica come tutti gli altri”. Tutti gli altri sono quelli che hanno bisogno di esporre seni & co. per vendere quel che capita, dal profumo al prosciutto. Quelli di Fastweb invece ricorrono agli stessi mezzi affermando di non farlo (beata mistificazione) e li usano pure fino in fondo. Infatti nella scena finale una pallonata colpisce Valentino, una delle ragazze si avvicina e con accento straniero chiede “posso avere la mia pelota?”, perché naturalmente oltre che oca deve pure fare errori quando parla, sennò lo stereotipo non è completo.





