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Sessismo velato tra piloti e pelati

Carla

By Carla
Published 14th October, 2010

La comunicazione commerciale “deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione”. Lo dice l’articolo 10 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, e significa, tra le altre cose, che non si può rappresentare l’identità di genere in maniera stereotipata, offensiva e discriminatoria. Resta il fatto che ricorrere a seni e glutei è lo strumento più facile per un pubblicitario privo di inventiva; metti una bella donna inspiegabilmente eccitata a contorcersi su un pavimento come una tarantolata, inquadra le due o tre parti anatomiche maschio-ricettrici, nomina il prodotto, e la pubblicità è confezionata. Anche l’essere meno fantasioso potrebbe riuscire nell’impresa. Di pubblicitari poco creativi evidentemente è pieno il mondo, visto che non sappiamo quasi più chi sia la donna, tanti sono gli stereotipi con cui si propone la sua immagine ai consumatori (quando non è mamma è oggetto sessuale, quando non è formosa-cerebrolesa è manager-inacidita, quando non è nonna tè e pasticcini è velona o meglio ancora vecchia-adolescente). Siccome nessuno vuole sentirsi dire che farebbe meglio a dedicarsi ad un altro lavoro piuttosto che al proprio, i pubblicitari di Fastweb hanno trovato una scorciatoia: fanno pubblicità sessista, perché sono a corto di idee, ma nel frattempo criticano, anzi snobbano chi ricorre ancora alle rotondità femminili per attirare consumatori. Questo è quel che vedo io quando in tv trasmettono lo spot di Fastweb: Valentino Rossi e Paolo Cevoli sono in poltrona a sorseggiare un aperitivo mentre parlano presumibilmente del prodotto informatico che pubblicizzano, davanti a loro si muovono a rallentatore un gruppo di ragazze, che saltellano starnazzando come oche, e giocano con un pallone (giocano “con” il pallone nel senso che si passano la palla come delle bambine, giocare “a” pallone, descrive un’attività più impegnativa che ancora si riserva al soggetto maschile). Mentre loro zampettano qua e là, la telecamera inquadra glutei e seni abbondanti che sballonzolano su e giù. Paolo Cevoli si agita tutto sulla sedia e freme davanti a “quelle gnocche” che potrebbero essere sue figlie. Gli manca solo la bava al lato della bocca quando dice: “Hai visto che roba!”. È la volta di Valentino Rossi, al quale è assegnato il ruolo di scimmiottare la denuncia del sessismo pubblicitario, le parole che pronuncia, infatti, non servono a spiegare all’amico quanto sia offensivo strumentalizzare il corpo femminile ed erotizzarlo per scopi commerciali, ma dice “sei matto! Noi siamo Fastweb mica come tutti gli altri”. Tutti gli altri sono quelli che hanno bisogno di esporre seni & co. per vendere quel che capita, dal profumo al prosciutto. Quelli di Fastweb invece ricorrono agli stessi mezzi affermando di non farlo (beata mistificazione) e li usano pure fino in fondo. Infatti nella scena finale una pallonata colpisce Valentino, una delle ragazze si avvicina e con accento straniero chiede “posso avere la mia pelota?”, perché naturalmente oltre che oca deve pure fare errori quando parla, sennò lo stereotipo non è completo.

Otto e mezza

Lucia

By Lucia
Published 10th September, 2010

In diretta dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dove, diversamente da Roma, c’è il sole a tenere compagnia alla nostra inviata speciale.

Pedalo. La laguna a sinistra, il mare a destra, sopra: la pioggia. Cielo basso, lattiginoso, persino amichevole nonostante l’acqua che rovescia. Pedalo di lena, il foulard zuppo sui capelli zuppi, i jeans incollati alle cosce, gli occhiali appannati nel taschino del trench – e meno male che l’ho ficcato in valigia – supero un canaletto che taglia dalla darsena alla spiaggia e gli alberi del viale che raggiungo mi offrono temporaneo riparo. Sette minuti prima della sigla. Gli alberi restano indietro, spingo sui pedali, filo sull’asfalto lucido, accelero e accelera anche la pioggia che, irrefrenabile, ha trovato la via del collo e delle caviglie. La sacca di tela con i sandwich preparati tra il caffellatte e la doccia è una spugna che assorbe e s’incolla al rosso del programma. Lungo il vialone dritto che corre insieme a questa lingua di terra isolata, le auto s’accodano come ovunque in un mattino di pioggia d’inverno. Le supero maldestramente, in lontananza vedo le sfere bianche dei lampioni schierati davanti all’ingresso del PalaBiennale. È quasi fatta, mi dico. L’acqua cola nelle maniche, lungo la schiena, s’accomoda nel cotone della maglietta, incolla i capelli alla nuca. Quattro minuti prima della sigla. Grondo acqua. I motociclisti si fermano sempre, quando piove. Anche i ciclisti, rifletto. Salvo che non debbano tagliare un traguardo o arrivare puntuali a un immancabile appuntamento. E la prima proiezione del giorno è un immancabile appuntamento. L’accredito al collo, Variety sotto il braccio, gli occhi ancora stretti dal sonno, ci si accoccola in una poltroncina rossa e, nell’oscurità della sala, quasi ci si riappropria del sonno abbandonato appena un’ora prima, curiosi e complici di un sogno altrui. Per questo pedalo sotto il diluvio del Lido.
L’autobus che da Malamocco arriva a Santa Elisabetta e oltre, attraversa una pozzanghera come fosse un vaporetto, alza ali d’acqua che m’investono in pieno. Non c’è scampo, sono acqua che pedala. Un minuto alla sigla e duecento metri di temporale ancora da attraversare. Rallento, mi fermo sotto un balcone. Strizzo la sacca, i capelli, il foulard, il trench, odio questi jeans appiccicosi e gelidi. Un uomo piazza un bidone pieno di scope a un passo da me, Sposta più in là, grida il compare, Non posso, non vedi che c’è la bici! risponde lui, Vado via subito, mi scuso io. Faccia con comodo, si rassegni, oggi è così… Mi consola lui. Mica vendete ombrelli, chiedo io. Ostrega, certo! esulta lui. Scelgo quello bordeaux, lo apro lentamente al pensiero di una colazione consolatoria in pasticceria… Ma ecco che una robusta signora avvolta in un impermeabile azzurro mi sfreccia davanti pedalando al riparo di un ombrello.  Allora, anch’io! Monto in sella, con una mano tengo l’ombrello con l’altra il manubrio. Sbando, mi raddrizzo, faccio gli ultimi cento metri al centro della carreggiata, dal PalaBiennale giungono le note della sigla. Entro che è già buio, le prime immagini già sullo schermo. Entro senza far rumore, m’infilo di nuovo sotto le coperte, in silenzio e lentamente, per non disturbare chi sogna insieme a me.

P.S. Pedalare per il Lido spostandosi da una sala all’altra a caccia di film è magnifico, sono giorni di pane e pellicola. Tra le opere viste, a mio avviso, assolutamente da non perdere Post mortem di Pablo Larrain, un gioiello di sceneggiatura e regia, ed Essential Killing di Jerzy Skolimovski, stupefacente. Seguono Somewhere della Coppola, intenso, ironico e beffardo, Cirkus Columbia dell’elegante Tanovic e Cogunluk (Majority) di Seren Yuce, film turco (sempre che arrivi nelle sale italiane). Se amate Napoli e la sua musica procuratevi Passione di John Turturro, è un documentario ed è uno spasso. Evitate accuratamente La solitudine dei numeri primi, è brutto che più brutto non si può. Dimenticatevi di Vallanzasca, Placido e Noi credevamo, Martone: sono film per la tv e ce li propineranno per allietare i nostri futuri gelidi inverni. Gli italiani meritevoli sono La pecora nera di Ascanio Celestini e Venti sigarette di Aureliano Amadei, vincitore della sezione Controcampo italiano: racconta di Nassiriya, andateci.

P.P.S. Oggi, venerdì, il sole splende tanto quanto La versione di Barney.

Maschilismo patinato

Carla

By Carla
Published 29th August, 2010

C’era un tempo in cui la società era maschilista, in cui le donne erano identificate esclusivamente con il ruolo di moglie e di madre e ogni eccezione alla regola era guardata con sospetto.
La vita di un essere femminile non poteva che ruotare intorno a quella di un essere maschile e della prole; era in questa cornice che ogni donna doveva trovare la propria realizzazione, perché, manco a dirlo, la cura dell’altro, in quel tempo, era considerata un privilegio tutto femminile.
Ma poi, dopo teorizzazioni filosofiche, saggi, manifestazioni, coraggiosa militanza e fantomatici reggiseni bruciati, tutto ciò, finalmente, è finito.
Oggi non è più ammissibile che un uomo sostenga che il posto delle donne è a casa a girare il sugo, al punto che sentiamo il dovere morale di dare la caccia ai veli non meidinìtali.
Ai giorni nostri felici, vivaddio, siamo tutti invitati, maschi e femmine, ad autorealizzarci in ogni ambito e nessuno sembra più irrimediabilmente ingessato in un ruolo stabilito dall’alto.
A dispetto di tanta autodeterminazione, però, c’è ancora qualcuno che vuole farci credere che il compito di una donna è rendere felice l’esemplare di maschio che si trova accanto (auspicabilmente, questa volta, scelto da lei). Questo qualcuno, mio malgrado, non è un nostalgico dei vecchi tempi, o un seguace di spicciole teorie di determinismo biologico, che vede nell’utero la causa della debolezza del “gentil sesso”, ma gli autori delle riviste femminili che, nella maggior parte dei casi, sono proprio donne.
Da qualche mese faccio piccole escursioni in quel mondo patinato; tutto è iniziato un pomeriggio dal parrucchiere e da quel giorno è nata un’intensa frequentazione da cui fatico ad emanciparmi.
Al primo incontro è stato sgomento: perché anche wonderwoman si sarebbe sentita una formica rispetto ai modelli di donna che abitano quelle riviste. La donna che ci viene incontro tra l’indice e l’oroscopo è bella o, se proprio la natura non l’ha dotata, sa valorizzarsi per sembrare bella; è in forma, si prende cura della sua pelle, del suo giro vita, dell’altezza dei suoi glutei e della tonicità del suo interno coscia, sta attenta a quel che mangia; lavora, viaggia, e naturalmente ha un fidanzato che lavora, si mantiene in forma, è premuroso nei confronti delle proprie borse sotto gli occhi e delle zampe di gallina, e con cui fa del sesso “qualitativamente gratificante per entrambi”.
Fin qui nulla di inaspettato, sono andata al lavatesta sperando che nel mondo a nessuna donna venga mai in mente di mettersi a confronto con l’esemplare della rivista, che avevo appena posato.
Da quel giorno sono andata a cercare le tracce di quelle pagine anche su internet, ho raggiunto il sito giusto e mi si è spalancato un mondo. L’home page mi ha indirizzato alla rubrica How-to; una sorta di ricettario per qualsiasi obiettivo, dalla scelta del rossetto ai tutorial per l’uovo al tegamino, passando per i consigli in materia di relazioni sentimentali.
Proprio su quest’ultimi vale la pena spendere del tempo, perché è qui che ho stanato i promotori di antichi modelli di genere.
Cosa devono saper affrontare le donne di oggi secondo i nostri autori? Oltre a sfide inoffensive come quella di evitare la fiatella del mattino, ci sono una sfilza di consigli affinché lei sappia “mantenere lo scintillio durante la convivenza”, sappia accendere il desiderio sessuale, con l’imperativo categorico di rendersi attraente in ogni momento (inevitabile corollario), sappia come comportarsi se lui è lunatico, geloso, a tinta unita, a strisce, a pois, così che lo possa accontentare, sostenere, impomatare e cucinare. Lei deve, deve, deve fare una marea di cose e tutto questo al fine di conquistare prima, mantenere poi e soddisfare durante un uomo, che in tutto questo sembra avere l’unico onere di tornare a casa la sera.
Il tema più sconcertante, però, è quello del tradimento; accanto alla ricetta per “allenarsi alla fedeltà coniugale” e tenersi lontane dalla tentazione, c’è quella per affrontare un tradimento da parte del compagno. In sintesi: un uomo può anche inciampare in un errore nella vita di coppia, ma tu donna jamais!
Dopo aver fatto scorta di consigli perché il “mio uomo” sia sempre appagato, ed aver raggiunto un formidabile Know-how, non posso che notare che i ruoli da cui le donne pensavano di essersi emancipate, sono usciti dalla porta per rientrare dalla finestra, e continuano nell’impresa di organizzare la relazione tra sessi non più attraverso l’autorità dei costumi e della morale, ma strisciando amichevolmente tra le pagine delle riviste (e non solo).
Concludo dando voce ad un atroce dubbio: sebbene tentino di trasformarci in perfette ancelle per i nostri uomini, queste riviste (firmate da donne) spuntano come funghi e vendono… non sarà che, nonostante tutto, non ci siamo liberate fino in fondo di quel ruolo che ci è stato imposto dai tempi dei tempi?

A vele spiegate

Lisbeth

By Lisbeth
Published 22nd July, 2010

C’era una voce che circolava in rete. La voce è diventata notizia. La notizia è destinata a scuotere le basi del rapporto instaurato finora tra gli utenti e la rete, vista come istituzione. Un avvenimento così importante da portare ad interrompere il mio silenzio.
Svezia, rivoluzione web arriva il provider pirata titola un articolo comparso oggi sulla Repubblica. La nuova ventata di liberalismo 2.0 giunge ancora dal Partito Pirata – che della libertà totale e incondizionata di godere di ogni tipo di prodotto culturale gratuitamente ha fatto la sua bandiera – che oltre ad ospitare sui propri server The Pirate Bay, la community di scambio digitale più frequentata del mondo (inaccessibile dall’Italia, ma non per i più esperti), è deciso ad andare oltre. Deciso nel dare agli utenti un’alternativa.
Il Partito Pirata ha annunciato infatti la creazione di un proprio ISP, “un provider di connettività per accedere alla Rete in forma completamente anonima e senza lasciare tracce”. Mossa solo apparentemente finalizzata a far passare notti infernali ai professionisti della sicurezza elettronica e agli integralisti del copyright.
La realtà è diversa. Il Provider Pirata non sarà per tutti. Sarà gestito dagli utenti esperti, da pirati, e ognuno dovrà provvedere autonomamente a risolvere eventuali malfunzionamenti del proprio collegamento.
La prospettiva offerta da Gustav Nipe, responsabile del provider per PiratPartiet, è chiara, condivisibile e user oriented.
L’obiettivo non è quello di offrire un’isola di illegalità ma una via di fuga dai provider ufficiali le cui operazioni sono da sempre corrotte da logiche di mercato alle quali il più delle volte l’utente non può che soccombere.
“Non sono un libertador. I libertadores non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé”.
Ricordando Guevara.

3d e movimento si scontrano a Los Angeles

Sebastiano

By Sebastiano
Published 22nd June, 2010

L’appena concluso E3 Expo 2010, la principale vetrina occidentale dell’industria dei videogiochi, rimarrà probabilmente nella storia per due motivi: ha visto il debutto della prima console con schermo 3D stereoscopico che non necessita di occhiali speciali – ovvero Nintendo 3DS – e ha consacrato i sistemi di controllo basati sul “movimento” come principale tendenza degli ultimi anni, quantomeno a partire dalla commercializzazione di Nintendo Wii, avvenuta ormai quattro anni orsono.
Sia Sony che Microsoft, infatti, dopo averle annunciate l’anno scorso, hanno portato a Los Angeles in veste giocabile le due nuove interfacce per PlayStation 3 e Xbox 360 il cui (non banale) obiettivo è catturare l’attenzione del cosiddetto pubblico casual, lo stesso a cui si è rivolta Nintendo con i giochi per Wii, dimostrando che i milioni di giocatori a cui tutta l’industria era rivolta fino al 2006 non sono che una piccola fetta del pubblico potenziale di un mezzo espressivo così potente qual è il videogioco. Se queste due nuove interfacce – denominate PlayStation Move e Kinect – avranno il successo sperato, potremo dire di essere entrati a tutti gli effetti in una fase nuova, in cui anche chi non ha mai tenuto un pad in mano e non ha faticosamente ottenuto un’abilità nel giocare può ritenersi comunque un giocatore e rivolgersi a fasce di prodotti plasmati su questo nuovo modello di utente.
Di contro, se Sony e Microsoft fallissero l’obiettivo, il mercato resterebbe ancora per qualche anno in questa strana fase di transizione, ma è qualcosa che non ci auguriamo in quanto rallenterebbe non di poco il progresso dei videogiochi a causa delle ingenti perdite finanziarie a cui le due case sarebbero costrette a far fronte.
Sistemi di controllo a parte, il vero mattatore dell’E3 2010 è stato senza ombra di dubbio Nintendo 3DS, la nuova console portatile della famiglia DS dotata di uno schermo di nuovissima concezione (brevettato da Sharp), grazie al quale godere di una visione realmente tridimensionale, a occhio nudo, di giochi, filmati e fotografie opportunamente “formattati” per essere fruiti in questo modo. La doppia fotocamera sul guscio esterno della console permette, tra l’altro, di scattare fotografie stereoscopiche e osservarle subito sullo schermo 3D, una vera primizia che siamo stati felicissimi di provare – seppur solo per pochi minuti – dopo aver pazientemente atteso in fila per ore nell’affollatissimo stand di Nintendo.
Considerata l’enfasi che anche Sony sta ponendo sugli effetti 3D per i giochi di PlayStation 3 – ma, in questo caso, è richiesto l’uso di occhiali e di una TV di ultimissima generazione – non è difficile prevedere che la visione stereoscopica sarà uno dei principali argomenti di discussione, nei prossimi anni, anche relativamente ai videogiochi e in parallelo con quanto sta avvenendo nel mondo del cinema. Microsoft, dal canto suo, pur essendo la prima a proporre un’interfaccia completamente gestuale e “controller free” grazie a Kinect, sembra non essere interessata all’argomento 3D per adesso, e ne ha ben donde visto che serviranno almeno un paio d’anni prima che la base installata dei televisori compatibili raggiunga una dimensione apprezzabile.
In conclusione, possiamo dire di aver partecipato a un E3 ricco di promesse e primizie, per quanto proprio il fronte dei videogiochi in senso stretto (cioè del software, visto che fino a questo momento abbiamo parlato solo di hardware) non abbia offerto prospettive nuove che non fossero già ampiamente prevedibili. Il catalogo “casual” di Sony e Microsoft si è, infatti, rivelato una triste fotocopia di quello di casa Nintendo: giochi di sport iper-semplificati, cuccioli virtuali, giochi di fitness, esperienze di gameplay molto guidate e grafiche colorate per attrarre grandi e piccini davanti al nuovo “focolare elettronico”.
Gli stessi giochi per 3DS, a parte lo stupore derivante dal diabolico schermo stereoscopico, non hanno messo in luce meccaniche innovative o che traessero in qualche modo vantaggio dal rinnovato senso di profondità. Come dire: ben due rivoluzioni (potenziali) sono iniziate, ma sono anche ben lungi dall’essere compiute; l’ultima parola, come sempre, spetta a noi consumatori, chiamati a decidere se la direzione intrapresa dai tre principali motori dell’industria è quella che più ci soddisfa. A questo proposito, il dato più interessante (anche se un po’ soggettivo) potrebbe essere che il gioco più bello mostrato in fiera è stato Portal 2, guardacaso un gioco proveniente da una software house molto radicata su piattaforma PC e che non ha nulla a che vedere con i sensori di movimento né con la visione stereoscopica; come a dire che la “vecchia scuola” di intendere i videogiochi ha ancora molto, moltissimo da dire.

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