Mentre scrivo questo post, in una strada del centro di Firenze le fan di Sisley su Facebook stanno ricevendo in regalo delle magliette su cui è stampato il claim Don’t call me doll.
Si tratta, a quanto apprendo dai quotidiani, di un’iniziativa attraverso la quale il marchio esprime solidarietà nei confronti di tutte le donne, “che non si sentono oggetto, ma vogliono affermare la propria identità e indipendenza”.
L’iniziativa fiorentina segue quella milanese, organizzata per sostenere la manifestazione delle donne del 13 Febbraio.
Qualche ardito giornalista è arrivato persino a scrivere che “con Sisley è cominciata una nuova guerra di indipendenza per dire al mondo: siamo attuali, siamo retrò; siamo sexy, siamo romantiche; siamo classiche, siamo alternative. Siamo ciò che siamo. Soprattutto, siamo”.
Perché ardito? Perché, prima di promuovere Sisley come nuova portavoce del femminismo e paladina di un corretto uso dell’immagine femminile, bisognerebbe ricordare questo:
Per quanto oggi si senta particolarmente vicina alle motivazioni delle donne italiane, che martedì torneranno in piazza, Sisley non è esattamente tra quei brand che si è fatta scrupoli ad utilizzare il corpo femminile erotizzato, per alzare le vendite.
Non a caso, la pubblicità ideata per la collezione A/I è stata bloccata dall’Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria, perché ritenuta “lesiva della dignità della donna”.
Sisley si è redenta? O più realisticamente spera di allargare la sua fetta di mercato, facendo leva sull’oblio?





