Guestbook

Guestbook. Intervista a Flaminio Zadra

Alessandro

By Alessandro
Published 22nd February, 2012

Abbiamo intercettato l’ospite del Guestbook di oggi qualche giorno fa presso i nostri uffici, chi ci segue anche su Facebook ha potuto vedere già qualche foto della sua visita. Stiamo parlando di Flaminio Zadra, produttore cinematografico che ha fra l’altro nel suo curriculum anche quel Soul Kitchen del quale ci eravamo occupati in occasione del lancio, circa 3 anni fa. Flaminio ha gentilmente accolto il nostro invito ed è quindi l’ospite del Guestbook che questa settimana esce, in via eccezionale, di mercoledì.

Le nuove tecnologie hanno portato a una rivoluzione nella distribuzione dei prodotti culturali – e quindi anche di quelli cinematografici – le cui conseguenze sono ancora parzialmente indecifrabili. La recente chiusura di Megavideo ha riaperto il dibattito fra chi spinge verso una razionalizzazione di un mercato che sembra una giungla e chi invece protesta gridando alla censura. Da addetto ai lavori, pensi sia possibile conciliare i vantaggi della tecnologia con le esigenze della filiera industriale del cinema, rivoluzionando in qualche modo il sistema distributivo, o è ancora possibile mantenere in piedi il vecchio sistema, eliminando sistematicamente ogni minaccia?

Più che di una possibilità si tratta di una necessità. Bisogna trasformare le minacce offerte dal web in opportunità. Certamente dipende molto dal genere di film. È chiaro che grossi successi commerciali sono più a rischio di piccole opere d’autore. Queste ultime non raggiungerebbero mai comunque un’ampia fascia di pubblico, a causa nella mancanza di una distribuzione cinematografica tradizionale adeguata. Il pubblico stesso, amante del cinema d’autore, non credo che rinuncerebbe, avendone la possibilità, all’esperienza della sala. Diciamo che alcuni film se non venissero visti grazie ad internet, non verrebbero visti in nessun altro modo.
Poi c’è il discorso della pirateria, che è diverso. Si tratta un atto illegale. E come mangiare al ristorante senza pagare il conto. Né più né meno. Ritengo che si tratti innanzi tutto di riuscire ad autodisciplinare la gente. In questo senso le nuove tecnologie dovrebbero aiutare, soprattutto abbassando enormemente i costi di distribuzione (anche quella tradizionale), e dunque i costi di fruizione.

La rivoluzione non riguarda solo la distribuzione, ma anche ovviamente la fruizione. L’anno scorso David Lynch si è schierato decisamente contro la visione dei suoi film attraverso dispositivi come gli smartphone. Qual è la tua posizione in merito: anche i film devono evolversi per permettere una fruizione sui device più svariati, o il formato non consente alternative alla visione in sala o al massimo in home video?

Non credo che David Lynch si debba preoccupare. Forse mi sbaglio, ma ritengo che ben pochi dei suoi fan si accontenterebbero di vedere un suo film sullo schermo di un iPhone. Per me l’esperienza della sala è insostituibile. Il futuro probabilmente mi smentirà, ma finché esisterà un cinema nella mia città io continuerò a frequentarlo. La chiusura del Metropolitan qui a Roma è stata traumatica per me. Mi giungono ora inquietanti notizia anche riguardanti il Nuovo Olimpia.
Ogni altra forma di fruizione di un film non può essere alternativa ma bensì complementare. Vedersi un vecchio film sul monitor del computer mentre si è a letto in una fredda giornata invernale è anche questo un piacere al quale non si può far a meno di tanto in tanto. Ma uno smartphone, no… questo non lo capisco!

Nel settore musicale il web in generale e i social media in particolare aiutano molti gruppi emergenti a farsi conoscere rapidamente e in maniera diffusa, cosa che sarebbe stata impossibile anche solo 20 anni fa. Nel cinema esiste (o se non esiste, sarebbe possibile che si verificasse) un fenomeno del genere? Oggi è più facile per giovani registi e sceneggiatori avere visibilità e arrivare in alto, e ci sono esempi di ragazzi che ce l’hanno fatta grazie agli strumenti digitali?

Questo è un dibattito su cui amano, almeno una volta al mese, cimentarsi tutti gli amanti del cinema e gli addetti ai lavori: è meglio la pellicola o il digitale? Per me certamente, chiaramente, indiscutibilmente, la pellicola.
Naturalmente il digitale permette a molti giovani registi di mostrare loro talento in modo più immediato ed economico. E anche molti registi già affermati scelgono il digitale non solo per motivi economici ma propriamente stilistici.
Il rischio tuttavia è che avvenga ciò che è avvenuto con la musica: l’MP3 si può ascoltare ovunque e migliaia di brani in questo formato si possono memorizzare nel telefono cellulare. Ma la qualità non è neanche lontanamente paragonabile a quella del buon vecchio vinile. Mi chiedo se non stiamo rinunciando alla qualità in nome della quantità.

Nella mia tesi analizzavo alcuni casi di marketing virale applicato al cinema, giungendo alla conclusione che se il film oggetto della campagna è valido la strategia – se ben fatta – può dargli un’ulteriore spinta, ma se il prodotto è già poco valido di per sé allora non c’è campagna di marketing che regga alla prova del botteghino. Sei d’accordo con questa analisi?

Assolutamente d’accordo.

Grazie mille Flaminio.

Su Own News potete leggere un’altra intervista a Flaminio Zadra, che si concentra di più sul suo lavoro di produttore.

Guestbook. Intervista a Cristina Simone

Francesco

By Francesco
Published 14th February, 2012

Il web partecipativo ha rivoluzionato completamente il modo di comunicare, facendo sì che da una semplice idea si possa arrivare alla “mobilitazione sociale”. In Italia non si può parlare certo di “Primavera Araba” o di “Movimento Verde”, sia per spessore che per mobilitazione, ma ciò che contraddistingue #nofreejobs è la capacità di utilizzare un mezzo come generatore e amplificatore di un’idea che possa sensibilizzare l’opinione pubblica. Stiamo imparando, gradualmente, a utilizzare la rete per il bene comune. Cristina Simone è la “portavoce” di un’idea diventata mobilitazione.

 #nofreejobs è nato dal basso, da un “isterico” post di Paolo Ratto, fino ad arrivare sulla bocca di tutti. Anche i “non addetti ai lavori” hanno iniziato a raccontare le proprie esperienze, ma quanto è stato importante il network personale per spingere l’iniziativa?

È stato molto importante, perchè prima che #nofreejobs diventasse trend topic su Twitter, mi sono rivolta ad alcune delle mie connessioni personali. Dopo aver lanciato il primo tweet con l’hashtag, ho subito chiesto ad amici/colleghi social addicted di aiutarmi a diffonderlo: alcuni di loro hanno fatto un RT altri hanno chiesto alle loro connessioni e così l’iniziativa si è diffusa sul web. Ma è stato fondamentale il network!

Una critica sociale, che diventa mobilitazione sociale. Un differente modo di percepire il lavoro, ma soprattutto una nuova modalità di comunicarlo/valutarlo. Un’app di democratizzazione del lavoro?

L’app non è ancora nel market Android, l’obiettivo è quello di permettere agli utenti di valutare le proposte di lavoro in modo da stilare una classifica delle offerte, dalle migliori alle peggiori. L’app utilizza la geolocalizzazione, in questo modo l’utente collegandosi potrà vedere le offerte attive e valutarle. Dopo il market Android, vorremmo realizzarla anche per Apple (anteprima video). Credo che NoFreeJobs sia soltanto uno dei tanti movimenti di denuncia sociale che si vedono ogni settimana su Twitter, proprio qualche giorno fa si era mobilitata un’altra critica sociale inerente il lavoro in Italia che aveva come hashtag #postofisso.

Nell’attività condotta per #nofreejobs c’è stato un ritorno per il tuo personal branding?
Oggi sei Social Media Manager di La3TV, un progetto molto interessante di H3G sulle nuove tecnologie, cosa puoi dirci della nuova stagione?

Si, c’è stato un ottimo ritorno per il mio personal branding, sono stata intervistata da diverse testate tra cui Wired.it, Alfemminile.com e ho, anche, provato l’emozione di una diretta televisa in La3 nel programma Smart&App. È anche grazie a NoFreeJobs che sono stata notata da La3. Sono 3 settimane che sono Social Media Manager per La3 e siamo presenti sui principali social come Facebook, Twitter, YouTube, ma anche su quelli più di nicchia come Miso. Gli utenti si collegano a Miso per fare check-in nella pagina del programma che stanno guardando, sbloccano dei badge (come su foursquare) e lo condividono con il proprio network.
Il nuovo palinsesto de La3 è ripreso lo scorso primo febbraio e ci rivolgiamo al target di “internet users” con una forte passione per la tecnologia e per i social network. Racconteremo le storie di chi ce l’ha fatta grazie all’utilizzo del web 2.0, ospiteremo e ci collegheremo con blogger, star della rete e tanto altro. Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere sempre di più gli utenti e non farli sentire dei semplici spettatori.
In generale questa è, o dovrebbe essere, la sfida per la TV di oggi: creare una maggiore interazione con i telespettatori. E Twitter è una grande opportunità per la TV… Basta pensare al live twitting durante i programmi.

Chiudiamo in ironia? Tu e Anna, due sociologhe fissate con la comunicazione web, questo è il motivo per cui vi hanno “cacciato da casa”?

:) Devo precisarvi che io sono psicologa e mia sorella sociologa.
In realtà la più tecnologica tra le sorelle Simone sono io, Anna lo sa e mi “sfrutta” sempre per consulenze social &co. Sono stata io a portare mia sorella sulla strada del web… Chiedetele quante volte le ho parlato dell’importanza di Twitter! :)
Io sono sempre stata appassionata di internet, mi ricordo di quando ero al Liceo e navigavo con il modem a 56 k e a scuola ci davamo l’appuntamento per trovarci con i compagni di classe su ICQ. A quei tempi passarsi una foto su internet era un miraggio! Oggi, anche per via del tipo di lavoro che faccio, passo gran parte della mia giornata connessa e non esco mai senza il mio iPhone.

Guestbook. Intervista a Elisa Cerqueglini

Serena

By Serena
Published 7th February, 2012

Il tema dell’eco-sostenibilità è molto caro ad Estrogeni. Oggi torniamo a parlarne, all’interno del Guestbook, insieme alla nostra ospite: Elisa Cerqueglini, proprietaria  ed ideatrice di Torre della Botonta, uno dei migliori esempi di albergo diffuso.
Da alcuni anni ci si è resi conto che i processi di sostenibilità, a livello locale ed urbano, devono essere applicati non solo al settore dell’edilizia, dei trasporti, della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, ma anche a quello turistico, dato che soprattutto laddove è presente, come in Italia, un patrimonio di elevato interesse, un turismo di massa può indurre pratiche scorrette e degradanti per il territorio.
Lo scenario italiano dell’ospitalità si sta lentamente modificando in questa direzione, e alle formule tradizionali si stanno affiancando nuove strutture di accoglienza, legate ai temi della compatibilità ambientale, della valorizzazione della cultura locale e dello sviluppo territoriale. Tra queste c’è l’albergo diffuso, complesso ricettivo che si rivolge ad una domanda interessata a soggiornare in un contesto urbano di pregio, a vivere a stretto contatto con i residenti, più che con gli altri turisti, pur senza rinunciare ai normali servizi alberghieri.
Torre della Botonta costituisce parte di Castel San Giovanni, un borgo medievale della provincia perugina, risalente al XIV secolo. A partire dal 2010 Elisa ha deciso di regalare nuova vita a questo luogo, trasformandolo in un posto dove potersi rifugiare dalle caotiche realtà cittadine, una meta incontaminata dove trascorrere rilassanti week-end, alla riscoperta dei sapori tipici umbri.

Ciao Elisa, innanzitutto benvenuta e grazie per aver accettato di essere nostra ospite. Torre della Botonta, albergo diffuso e residenza ecosostenibile: come è nata quest’idea e quanto è stato difficile realizzarla?

Grazie a te! L’idea è nata qualche anno fa, le ideatrici siamo io e mia sorella Annarita. Il castello Albornoziano è così splendido ed unico nel suo genere, e quando abbiamo iniziato ad immaginare il progetto abbiamo pensato proprio di condividere  questo luogo speciale con gli altri, creando un posto insolito in cui far soggiornare i turisti.  A questa idea abbiamo abbinato la mia passione per i tessuti naturali e il design di interni e quella di mia sorella e di suo marito (lo Chef Andrea Caporicci) per la cucina tipica, già apprezzata da oltre trent’anni dagli avventori del loro ristorante.
Raggiungere l’obiettivo è stato difficile soprattutto a causa dell’amministrazione comunale, non abituata a questo tipo di progetti. Alla fine, però, siamo riuscite nella nostra impresa.

L’idea di fondo è stata, dunque, quella di creare un modello ospitale diverso, e per molti versi alternativo, rispetto a quelli tradizionali. Ma quali sono le peculiarità e i servizi esclusivi offerti dalla vostra struttura?

La caratteristica principale è l’uso esclusivo dei tessuti naturali e di oggetti e mobili d’epoca recuperati e restaurati. Niente è standard qui da noi. Evitiamo totalmente l’utilizzo di fibre sintetiche, e la linea cortesia è costituita da saponi naturali. All’interno delle stanze sono presenti mobili di recupero e oggetti artigianali di artisti locali, mentre non sono presenti oggetti e prodotti realizzati dalle grandi industrie per forniture alberghiere standard. Nelle camere, oltre alle informazioni turistiche, c’è un libro divulgativo su tutte le accortezze per uno stile di vita naturale, sano e biologico. Nel bagno sono presenti, invece, consigli per un comportamento etico nell’uso della biancheria, ad esempio su come favorire il risparmio energetico nel lavaggio degli asciugamani. E poi: lampadine a risparmio energetico, mancanza del televisore e presenza di particolari libri illustrati sul territorio, assenza di onde elettromagnetiche, menu aromaterapico con oli essenziali biologici e biodinamici certificati. Nel ristorante vengono cucinati i prodotti del nostro orto e si prediligono materie prime a chilometro zero. Nella sala colazioni è disponibile una vasta scelta di infusi biologici certificati e marmellatine di produzione biologica locale, mentre per il lavaggio della biancheria si fa uso della lavanderia ecologica. L’ultima novità è il nostro Store on line, nel quale verrà inserita la mia collezione di borse artistiche cucite a mano: ogni pezzo è unico e realizzato con cotone biologico e pelle di provenienza italiana.

L’albergo diffuso contribuisce ad arrestare l’abbandono dei centri storici e a sviluppare un’offerta turistica locale. Di conseguenza esso è visto dalle imprese locali del settore dei servizi, del settore agro-alimentare, del settore vitivinicolo e del settore dell’artigianato come un mezzo per aumentare il proprio fatturato, grazie all’aumento della percentuale di turisti. Quali sono i vostri rapporti con le aziende del territorio?

Collaboriamo con le migliori cantine e frantoi locali, ristorantini tipici, e luoghi caratteristici di ogni genere, che seleziono e propongo personalmente ai miei clienti affinché tutto possa contribuire ad arricchire la vacanza mantenendo un continuum nello stile dell’esperienza.

Attualmente sono tanti i turisti sempre più insoddisfatti dalle vacanze preconfezionate e quindi alla ricerca di stimoli nuovi. Qual è la tipologia di target che generalmente soggiorna presso Torre della Botonta?

Le persone che vengono da noi sono principalmente persone sensibili al mondo eco-sostenibile e amanti di Borghi storici e Castelli, adorano l’assenza del televisore nelle stanze e si lasciano trasportare indietro nel tempo attraverso ogni oggetto, ogni angolo del borgo, ogni sapore. I pacchetti esperienziali che propongo sono ben accolti perché il cliente sceglie l’emozione che vuole vivere, opta per un’esperienza ben precisa, e non il classico itinerario turistico. L’Umbria varia il suo aspetto nel raggio di pochi chilometri quindi le suggestioni da proporre sono molteplici.

Che consigli daresti ad una persona che volesse mettere in piedi un albergo diffuso? Quali sono i passi imprescindibili e quali, invece, i consigli che vorresti dargli?

Penso che alla base di tutto debba esserci la passione, perché è l’unica cosa che ti fa perseverare davanti ai mille ostacoli che si incontrano per la realizzazione di un progetto così “diffuso”, dove cioè vengono coinvolte anche molte cose e persone che non sono fanno parte dell’albergo ma ne sono comunque parte integrante: spazi comuni con gli abitanti del borgo, amministrazione comunale, provincia, ecc.

Grazie Elisa per la tua disponibilità.

Guestbook. Intervista a Laura Colciago

Ignazio

By Ignazio
Published 31st January, 2012

Parlare di finanza proprio in questo periodo di crisi, di nuove tasse e sacrifici, sembra quasi un azzardo. Penso, invece, che le operazioni finanziare possano sembrare quasi demoniache anche per il fatto che se ne parli poco, vengano considerate oggetto per “addetti ai lavori” e non si abbiano le basi culturali per ponderare nel migliore dei modi i prodotti proposti da istituti di investimento e banche. Ben venga a discuterne allora. È quello che ho fatto con Laura Colciago, social media manager di una start up italiana molto interessante, Moneyfarm, che propone un servizio di consulenza finaziaria che “ti aiuta a scoprire che risparmiatore sei e ti dà gli strumenti più semplici ed efficaci per costruire il tuo futuro in modo consapevole” (cit. dal sito).
Ne è venuta fuori una chiaccherata interessante sul rapporto tra logiche social e consulenza finanziaria, sullo scenario delle stretegie comunicative degli istituti di credito e finanza italiani, sull’essere eclettici e curiosi di ogni tema diverso da noi.

Social media marketing e finanza: qual è il tuo approccio? Come le logiche social possono contribuire alla promozione di un servizio di consulenza finanziaria in un periodo di crisi come questo in cui la fiducia della gente nei confronti di prodotti finanziari non è altissima?

Noi di MoneyFarm sappiamo che la nostra sfida è duplice: siamo una start up e allo stesso tempo nasciamo in un momento in cui la gente rabbrividisce al solo parlare di soldi e investimenti.
Siamo però consapevoli che la nostra piattaforma è una soluzione che avvicina il risparmiatore ad una consapevolezza nuova: i propri risparmi possono essere gestiti autonomamente dedicandogli uno spazio minimo all’interno della propria giornata.
Per questo i social network sono un’ottima via per viralizzare contenuti che avvicinano passo per passo il consumatore al mondo della finanza personale.
Essere su Twitter, Facebook, Linkedin e Google Plus ha quindi più funzioni: creare un contatto diretto con le persone, veicolare argomenti che possono essere utili a capire il mondo della finanza personale e avere un feedback costante dalla community che si è venuta a creare nel tempo.

Come reputi le strategie comunicative (soprattutto social) degli istituti di credito e finanza italiani? Qual è quello che secondo te si muove meglio in questo scenario?

Trovo che gli istituti bancari, tranne qualche rara eccezione siano poco aggiornati verso “la rivoluzione social” e in generale verso il nuovo approccio che hanno le persone nell’utilizzare il web. Costruire infatti un bel rapporto con i clienti non significa solo regalare premi da una pagina fan di Facebook o promuovere offerte via Twitter.
Bisogna costruire una serie di contenuti che siano interessanti e che possano permettere l’interazione reciproca, facendo sentire il futuro cliente a suo agio nel chiederti consigli o opinioni. Non si tratta solo di vendere un prodotto o di simulare l’interazione che c’è ad uno sportello ma di capire l’esigenza della gente di comunicare costantemente e che per farlo ha bisogno di conoscerti e di fidarsi di te.
Per quanto riguarda gli esempi positivi di banche che sanno gestire social, segnalo Ing Direct Italia per la creatività del blog Voce Arancio e E-Toro Italia per la capacità di comunicare attraverso una pagina Facebook in maniera coinvolgente e mai banale.

Vieni dal mondo del booking e della promozione musicale, dal videomaking, ma adesso sei social media manager per una “fredda” realtà finaziaria ed economica (sono un po’ provocatorio lo so). Cosa ti manca, cosa hai perso e cosa hai acquisito/imparato in questi 5 mesi di lavoro a Moneyfarm?

Ho sempre lavorato in posti diversi (oltre a quelli che hai citato agenzia stampa, sito web con contenuti editoriali, produzione televisiva..) perché ho sempre pensato che confrontarsi con temi diversi sia più stimolante e che l’ecletticità sia un valore e non un limite. La finanza e l’economia in generale non sono le bestie nere che pensiamo noi profani: ci si può avvicinare con interesse e voglia di capire. Farlo in questo momento di cambiamento per l’economia mondiale è poi decisamente indispensabile per essere consapevoli di quello che succederà. Certo, io non mi addentro in argomenti troppo specifici, per quello ci sono i miei colleghi.
Questo è un punto decisamente forte di MoneyFarm: siamo teste in fermento che scambiano opinioni e conoscenza, con percorsi diversi e che si arricchiscono a vicenda.
Allo stesso tempo non ho abbandonato del tutto i miei progetti video, solo li coltivo in spazi al di fuori del lavoro.
Insomma, la giornata ha 24 ore e se le sfrutti tutte, hai il tempo sia per coltivare nuovi progetti che per continuare a seguire i tuoi interessi.

Guestbook. Intervista a Anna Simone

Alessandro

By Alessandro
Published 24th January, 2012

Oggi la G di Guestbook sta anche per Green, tema carissimo alla nostra ospite, Anna Simone, Sociologa Ambientale “di Laurea ma soprattutto di testa” – come afferma sul suo blog. Anna è infatti l’autrice del green blog EcoSpiragli, attraverso il quale racconta le (purtroppo) tante cattive notizie relativa alla situazione ambientale, rallegrandosi infinitamente quando (per fortuna) le capita di trovarne qualcuna positiva. Io e Francesco abbiamo avuto il piacere di conoscerla in occasione del nostro Viaggio al centro dell’innovazione, oggi la intervistiamo con un occhio all’ambiente e uno all’attualità.

Il tuo blog, Ecospiragli, si presenta come “una finestra sull’ecologia e l’ambiente”. Ci racconti com’è nata l’idea di aprire un blog su queste tematiche, e che riscontro hai in termine di partecipazione dei lettori?

Il blog è nato per un’esigenza di comunicazione. Nel senso che mi interessava far arrivare agli altri piccole notizie green o rimedi naturali, spesso sconosciuti. Ho iniziato per gioco, volevo vedere se qualcuno era interessato a quello che scrivevo. E’ andata bene, sono contenta! Ovviamente spero che i lettori aumentino sempre più, anche perché senza di loro avrei già smesso di cercare parole per esprimere concetti.

Rispetto al tema dell’ecologia, quale pensi che sia il valore aggiunto della Rete, e in particolare dei canali social? Pensi che abbiano aiutato in qualche modo a presentare e diffondere una tematica troppo spessa lasciata in secondo piano?

Sono fondamentali per tutti i settori, incluso quello ecologico-ambientale…. hanno un potenziale pazzesco.
Personalmente molte informazioni le scovo sui social network, Twitter è il canale più utile.
Le tematiche green rappresentano l’onda del momento, un’onda che cavalca bene la rete. Tuttavia l’attenzione all’ambiente sta avendo sempre più risonanza anche grazie alle aziende che hanno deciso di puntare sulla green economy, magari spinte dagli incentivi in questa direzione. Dalle indagini di mercato si sono rese conto dell’interesse sociale verso la sostenibilità, hanno investito, e ora ci ritroviamo a poter scegliere prodotti con un basso impatto ambientale. Il successo del verde dipende quindi dalla sensibilità personale verso questo settore, dall’aiuto della rete, che contribuisce e rendere noto ciò che altrimenti resterebbe in secondo piano sui canali di comunicazione tradizionale, e da alcune aziende che sfornano prodotti sostenibili da acquistare. Ci sarebbe anche tutto il discorso del greenwashing e della mancanza di interesse a livello governativo nel ridurre l’inquinamento, ma la risposta diventerebbe troppo lunga e non la leggerebbe nessuno!

Da ormai più di una settimana tutti i media , vecchi e nuovi, offrono una copertura completa (in alcuni casi forse eccessiva) di quanto accaduto all’Isola del Giglio, col naufragio della Concordia. Al netto di tutte le considerazioni di carattere più generico, voglio chiederti – da esperta in materia – come valuti la comunicazione che si sta facendo dei rischi ambientali per l’arcipelago: credi che l’attenzione sia troppa (o troppo poca) rispetto a una tragedia con un numero importante di vittime, o pensi che se ne stia parlando in maniera corretta, sia qualitativamente che quantitativamente?

Sono molto polemica sulla faccenda della Concordia. Se è parlato male, malissimo. Sulla tragedia umana in corso alcuni giornalisti e non, continuano a ricamare in modo ridicolo. Per quanto riguarda il disastro ambientale manca il parere dei veri esperti e mancano le informazioni ufficiali. Mi aspettavo notizie tecniche da parte degli Enti istituzionali, ma non ci sono state. Bisognerebbe spiegare che l’impatto ambientale lo abbiamo avuto già da quando la nave ha toccato il fondale, che durante questi giorni è aumentato anche per via dell’ingente presenza di navi in quella parte di mare, che potrebbe peggiorare drasticamente se dovessero verificarsi delle perdite di carburante, e che continuerà fino a quando non rimuoveranno la nave. Sarebbe il caso di spiegare i perché e fornire i dati scientifici, non limitarsi a considerazioni che assomigliano alle chiacchiere da bar. Durante la conferenza stampa di ieri, qualcosa hanno provato a dire … ma sono passati dieci giorni dall’accaduto.

Oltre ad essere una blogger, hai anche un approccio più giornalistico, visto che collabori anche con altre testate, come ad esempio Linkiesta. In Italia, oggi, quanto è difficile fare informazione sulle tematiche che affronti nei tuoi articoli? Mi riferisco in particolare al fatto che abbiamo ancora tanto da imparare in fatto di trasparenza della PA rispetto a altri Paesi, e quindi immagino che non sempre sia facilissimo trovare fonti attendibili sui dati che servono a scrivere un articolo d’inchiesta.

E’ difficile soprattutto per una questione culturale. Il settore ambientale è sempre stato l’ultima ruota del carro e così ci ritroviamo sia a far poco a livello nazionale, sia con persone impiegate in Enti pubblici, che operano nel green in senso ampio, che purtroppo non hanno la minima passione per la materia e sono del tutto impreparate. Al sud poi, va peggio rispetto al centro-nord e non sono ovvietà ma dati di fatto. Quando ho bisogno di consultare esperti, vi assicuro che dal sud non rispondono quasi mai. A questo aggiungo che mi imbatto in siti internet istituzionali assolutamente inutili, dove non si capisce chi fa cosa e mancano i contatti (numeri di telefono e indirizzi mail). In generale , nel nostro Paese, c’è il malcostume di non rispondere alla richiesta di informazioni, cosa che non si verifica all’estero dove rispondono garbatamente, in tempi rapidi (48 ore) e in maniera completa. A mio avviso chi lavora negli Enti pubblici dovrebbe sentirsi in dovere di fornire informazioni, di divulgarle. Colgo occasione per lanciare un appello: rispondete alla e-mail e richiamate appena rientrate in ufficio, lo stipendio lo paghiamo noi.

Grazie mille Anna, in bocca al lupo per i tuoi progetti.

Crepi il lupo, grazie a voi!