Il tempo non perdona

Matteo

By Matteo
Published 27th January, 2012

27 gennaio 1945. Le truppe dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz. 55 anni dopo, quel giorno in Italia – che pure ha avuto i suoi morti, che pure ha avuto i suoi torti – diventa sacro alla memoria. Dei sommersi come dei salvati. Di chi in quel campo – in tutti quei campi – ci è bruciato per sempre. Di chi ci ha perso l’anima. Di chi l’ha vista farsi fumo nero, o mucchio d’ossa. 27 gennaio. Un giorno freddo, che nonostante le parole spese, le scuse offerte, i libri scritti e i film girati non potrà mai rendere la privazione. Del sole, che pure è di tutti. Della dignità, che meritano tutti. Della vita, che dovrebbe avere lo stesso valore. Per tutti. Ecco perché oggi sentiamo un po’ più freddo. Le parole sembrano trite. Le immagini (vere) materiali di archivio. E se scavando nei ricordi proprio non troviamo niente, perché quei fatti li abbiamo solo sentiti o visti con mille filtri, resta il tempo a ricordarci le colpe. Se non le nostre, di chi c’era per noi. Per aver permesso che – settant’anni fa – qualcosa di terribile avvenisse. Per aver finto – per anni – che non fosse mai successo. Per aver cercato di esorcizzarlo, quasi fino a riuscirci.

Guestbook. Intervista a Arianna Usai

Matteo

By Matteo
Published 10th January, 2012

È oggi con noi Arianna Usai, giovane illustratrice con alle spalle importanti esperienze all’estero e oggi alle prese con la realtà romana. Ci accompagnerà alla scoperta di una tecnica antica, oggi prestata ai più diversi campi, spiegandoci come nasce e dove tende.

Inizi gli studi in provincia di Trento, dove frequenti l’Istituto d’Arte. Poi la Danimarca, Roma con l’Istituto Europeo di Design e New York con la School of Visual Art. Un lungo percorso di realtà diverse. Quale la costante del tuo viaggio tra le arti visive?

Il mio percorso è iniziato un passo alla volta, senza avere inizialmente una vera costante. Fin da bambina ho sempre disegnato e amato l’arte, soprattutto il disegno e la pittura. Ho scelto di frequentare l’Istituto d’Arte senza sapere esattamente cosa ne sarebbe stato di me, ma avevo la piena convinzione che quella fosse la strada giusta. L’esperienza in Danimarca, durante il mio quarto anno di scuola superiore, non aveva nulla a che vedere con l’arte, era più un desiderio e un bisogno di conoscere una nuova realtà, di buttarmi a capofitto in una cultura diversa. Quella scelta fu presa molto istintivamente, senza davvero rendermi conto di cosa mi avrebbe aspettato. È stata un’esperienza unica che porto sempre con me e oggi mi ritrovo a inserire nelle mie illustrazioni elementi ispirati alla Danimarca, come le casette, i mulini, i paesaggi e i nuvoloni.
Le esperienze successive, come l’Istituto Europeo di Design, la School of Visual Art di New York e altri corsi, invece, sono state fatte con una mira ben precisa verso l’illustrazione. Ho avuto modo di imparare in cosa consistesse l’illustrazione in tutte le sue forme e di confrontarmi con persone con stili e idee molto diverse da me, soprattutto nell’esperienza newyorkese.

L’illustrazione, appunto. Una tecnica a metà strada tra il disegno e il dipinto. Come sei arrivata a questa sintesi?

Definirei l’illustrazione una tecnica che può comprendere tutte le arti, dal disegno alla pittura, al digitale. Il senso dell’illustrazione non è tanto la tecnica usata ma la comunicazione che questa porta con sé.
Sono arrivata all’illustrazione grazie al consiglio di un professore che in quinta superiore mi suggerì l’Istituto Europeo di Design. Appena lessi la descrizione del corso capii che era esattamente quello che cercavo, visitai la scuola e mi iscrissi il prima possibile. La vera passione è cresciuta poi col tempo, vedendo il lavoro di illustratori straordinari che prima non conoscevo, (visto che purtroppo, se non si è del settore, se ne sente parlare troppo poco) e lavorando ogni giorno per trovare il mio stile e la mia strada.

Un linguaggio per tutti o per pubblici scelti?

L’illustrazione è un linguaggio alla portata di tutti, proprio perché è comunicazione.
Ovviamente nell’illustrazione per l’infanzia c’è un target preciso, ma in genere l’immagine deve parlare da sola e il messaggio deve arrivare a tutti. Le illustrazioni possono essere molto semplici o molto complesse, ma la cosa che conta di più è l’idea. Questa è la cosa che differenzia l’illustrazione dalla Fine Art (pittura, scultura, ecc.), che invece è più diretta a un pubblico scelto e si trovare principalmente nei musei.

È da tre mesi uscito il tuo primo libro (ne parlavamo qui), già alla seconda ristampa. Tra le nuvole, per la casa editrice Lalbero. Testi – anche in inglese – più immagini. Quali hanno dettato le linee guida agli altri?

Solitamente è il testo che detta le linee guida all’illustrazione.
In questo caso però, avendo anche ideato la storia, le due cose sono cresciute insieme. Inizialmente avevo il desiderio di illustrare nuvole e aquiloni. Poi è nato il testo, partendo dall’idea delle nuvole che cadono sulla Terra (idea, tra l’altro, nata in Danimarca, vedendo una nuvola talmente bassa che pensavo di poterla toccare). La storia si è via via sviluppata e successivamente sono arrivate le immagini. E così, alla fine, sono riuscita a pubblicare un libro che contenesse sia nuvole che aquiloni.

Al centro dei tuoi lavori ci sono sempre temi di fantasia. Soggetti che cambiano forma, in una sorta di allucinazione continua da Alice nel Paese delle Meraviglie. Esilio volontario dalla realtà o sforzo di guardarvi più a fondo dentro?

Recentemente mi sono appassionata a rappresentare immagini bivalenti, è una gara continua nel trovare nuove idee che insieme funzionino, (ad esempio la balena che è allo stesso tempo l’oceano sul quale naviga un veliero, o le decorazioni di una sciarpa che diventano paesaggio, oppure, ancora, il formaggio che cola dal cheese burger che volto all’insù diventa una lingua). Questo è un metodo comunicativo che adottano molti illustratori, soprattutto nell’illustrazione editoriale, ma non solo. Non è un esilio dalla realtà ma è un’opportunità per rivisitarla e sintetizzarla, in modo semplice, chiaro e anche divertente.

Il rapporto con la pubblicità, infine. In quali casi l’illustrazione si presta meglio accanto a un prodotto?

In Italia, l’illustrazione, sta iniziando solo ora, piano piano, a farsi strada anche nella pubblicità. Penso che si possa prestare a tutti i prodotti, bisogna però avere la volontà di utilizzarla.
Di recente ho visto, con molto piacere, alcuni spot televisivi realizzati interamente con diverse tecniche di animazione, fatte con bellissimi disegni (ad esempio, tra le prime, la pubblicità di mentine, poi di una macchina, oppure di uno zaino e proprio ieri di un dentifricio). Il problema non è il prodotto in sé da pubblicizzare, ma è avere una buona idea applicabile all’illustrazione. Purtroppo questo mestiere non è ancora ben noto, come magari può essere all’estero, ma ho fiducia che, col tempo, verrà degnamente riconosciuto da tutti anche nel nostro Paese.

Grazie.

Prego.

A piccoli passi

Matteo

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Published 11th November, 2011

Quello di Wim Wenders per Pina Bausch è un film stupendo. C’è la passione, la leggerezza, il sogno. La storia di una donna eccezionale che spende la sua vita per la danza. L’unica forma capace di darle salvezza. L’unica lingua in cui possa esprimere la gioia di essere al mondo, insegnando ad altri a parlare. Gli altri, appunto. Sono loro i veri protagonisti di Pina. I suoi allievi. I suoi compagni. I suoi amici. Voci che si raccontano, e la raccontano. Parole. Movimenti. Musiche e silenzi. E poi c’è la città, coi suoi rumori e scenografie intere fatte solo di paesaggio. Una vera gioia per gli occhi. Meglio ancora se la si guarda in 3D, come è successo a me ieri sera e consiglio a tutti di fare. Meglio ancora se, uscendo dalla sala, si trova il cielo sgombro dopo una giornata di pioggia e vien voglia di guardare in alto. Meglio ancora se, prendendo il braccio della persona che avevi accanto, capisci che dentro ad ognuno, al di là del caos, c’è forse davvero una stella danzante.

Guestbook. Intervista a Maria Paola Piccini

Matteo

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Published 25th October, 2011

La chiacchierata di oggi è con Maria Paola Piccini, docente di metodologia della ricerca nell’ambito dei media, i cui interessi si concentrano sulla rappresentazione dei valori e dei comportamenti pro-sociali nei testi mediali. Con lei abbiamo seguito l’evoluzione del concetto di valore nella pubblicità, nel tentativo di darne una definizione esaustiva, per noi come per chi ci legge.

Partiamo dal concetto stesso di valore. Nell’accezione più propria, rimanda all’aspetto meritorio dell’oggetto. Una definizione applicabile anche alla pubblicità e ai suoi prodotti?

Le definizioni del concetto di valore rintracciabili in letteratura sono numerose. Se esaminiamo gli elementi ricorrenti in queste stesse definizioni, i valori possono essere considerati delle mete culturali, socialmente condivise, cui viene attribuito il requisito della desiderabilità, in una determinata società e in un determinato momento storico. I valori sono da intendersi come orientamenti individuali che guidano il comportamento di ognuno, frutto dell’esperienza personale plasmata dal contesto sociale e culturale. A livello individuale, tendono a essere interiorizzati determinati orientamenti di valore, ossia più valori rivolti in una stessa direzione, generalmente coerenti, frutto di processi di selezione e ricomposizione messi in atto nei confronti del patrimonio valoriale proposto dalla società e/o dai gruppi sociali di appartenenza. Nell’ambito di tali orientamenti i valori vengono integrati in un sistema organizzato secondo un ordine di priorità (in funzione dell’importanza a essi attribuita dagli individui e dalle collettività) che concorre a dare senso alla realtà e a governare l’azione, assieme a norme, rappresentazioni sociali, atteggiamenti e opinioni. Tali gerarchie costituiscono i cosiddetti sistemi valoriali, i quali caratterizzano tanto i singoli individui quanto i gruppi sociali.
Un aspetto che spesso non viene tenuto nella dovuta considerazione è la funzione della pubblicità come co-costruttice del senso comune. Molte volte, effettivamente, non si fa caso al fatto che la comunicazione pubblicitaria mette in gioco sentimenti, credenze, valori, proponendo un’immagine della realtà nella quale le persone possano identificarsi. È importante, invece, riflettere sulle ragioni che rendono la comunicazione pubblicitaria così influente nel contribuire alla creazione e al cambiamento delle rappresentazioni sociali. Di grande interesse è il modo in cui la pubblicità promuove desideri, emozioni, bisogni, chiamando in causa la sfera normativa e simbolica e facendo riferimento esplicitamente e implicitamente agli orientamenti di valore dei destinatari. Evocare i valori e “metterli in scena” nella comunicazione è per la pubblicità una scelta strategica che deriva dalla consapevolezza ormai acquisita che la conoscenza del sistema di valori prevalenti in un certo gruppo sociale consente di desumerne i modelli di consumo con discreta esattezza.
L’attenzione della pubblicità nei confronti dei valori è motivata da una constatazione da tempo evidenziata da studi e ricerche sulle motivazioni del comportamento d’acquisto: i valori sono elementi che, più di altri, possono orientare le scelte dei consumatori, almeno per quei prodotti che ricevono dalla pubblicità e dal marketing una connotazione simbolica. I prodotti e, di conseguenza, gli spot sono investiti di una serie di significati simbolici, nei quali il consumatore facilmente s’identifica e ai quali può accedere semplicemente con l’acquisto di quel prodotto. Ogni prodotto o marca diviene un veicolo di significati desiderabili per i consumatori e questo implica che la pubblicità divenga, di fatto, una fonte autorevole di modelli di comportamento e di valori, imponendosi come implicita agenzia di socializzazione che si affianca a quelle tradizionali coinvolte in una crisi da più parti denunciata.

Spesso è evidente la crasi tra l’oggetto pubblicizzato e il valore sotteso. Eccessivi a volte gli accostamenti tra la famiglia felice e la merendina lievitata naturalmente. In una società dove il disvalore ha un peso importante, verrebbe da dire: pan per focaccia.

Il tema della congruenza tra cultura e valori veicolati dalla comunicazione pubblicitaria è stato affrontato da molti autori. In particolare, alcuni ritengono che il riferimento a valori condivisi rappresenti il nucleo fondamentale degli annunci pubblicitari, i quali solitamente li propongono rafforzandoli. Inoltre, diverse ricerche hanno mostrato che gli annunci che richiamano i valori dominanti in un particolare contesto culturale risultano più efficaci, in termini di persuasione, rispetto a quelli in cui quegli stessi valori non sono presenti. Considerando i contenuti della pubblicità, dai suoi esordi a oggi, si può notare come i valori siano stati e siano tuttora dei riferimenti importanti, insieme ai bisogni, attorno ai quali il posizionamento simbolico di marche e prodotti e la comunicazione pubblicitaria prendono forma. Basti pensare a come alcune aziende scelgono determinati valori da proporre nelle campagne pubblicitarie per far sì che i loro prodotti siano investiti di una forte personalità. Detto questo, mi preme sottolineare come il requisito essenziale dei contenuti valoriali proposti dalla pubblicità sia la verosimiglianza, che ha a che fare non tanto con la presenza di contenuti veri, ma verosimili nello spot, cioè tali da non contrastare eccessivamente con l’esperienza comune del destinatario; ciò che bisogna evitare sono i più grossolani errori di inverosimiglianza emozionale, commessi quando si mostrano situazioni che urtano palesemente contro l’esperienza quotidiana del consumatore e che provocano immediata diffidenza e insofferenza nel destinatario.

Dietro il paesaggio

Matteo

By Matteo
Published 19th October, 2011

Quando l’anno scorso se ne è andato Sanguineti ho pensato: ci rimane solo Zanzotto. Erano loro, in fondo, gli ultimi depositari della grande poesia italiana. Entrambi raffinati sperimentatori, forgiatori di una parola nuova che dicesse l’indicibile. Fosse essa vissuta nell’accezione più rivoluzionaria e democratica, come il Sanguineti degli esordi, o nell’intimismo della propria terra. Questo era Zanzotto. Il poeta del Veneto che rifiutava il progresso, cui quelli di fuori avevano tolto il sonno. Il poeta della Beltà e della bellezza. Il poeta che dietro il paesaggio cercava ancora le corrispondenze, azzardando, sulla scia di Hölderlin, che siamo un segno senza significato. Che si chiedeva – senza trovare risposta – dove le due serie entrino in contatto. Ieri sera, solo in casa, rileggevo qualche sua pagina e pensavo: quelli di fuori, che fanno?

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