Marca tempo

Alfredo

By Alfredo
Published 26th January, 2012

Mi chiamano in causa come imprenditore. Credo nella giustizia, non mi tiro indietro e affronto la questione (nonostante sia palese che trattasi di un madornale errore, di cui sono vittima più che altro).
Per fortuna, ho un socio avvocato e un socio notaio, che mi aiutano nella comprensione della pratica. Ho sempre pagato ogni tipo di tassa e/o imposta, come persona fisica e amministratore, penso dunque ancora idealmente che basti ciò a mandare avanti, per mia quota parte, (anche) il sistema giustizia (cancellieri, magistrati, giudici…). E invece, no. Se sei chiamato in causa e vuoi difenderti, oltre a farti carico dell’onere della prova, ti tocca pagare anche un contributo in più, proporzionale al valore economico della causa. E sia, procediamo.
Si chiama contributo unificato di iscrizione a ruolo e consiste in una marca da bollo. Semplice, pensavo. Vado dal tabaccaio e me la faccio stampare. Sta lì apposta, ha una macchinetta apposta, è titolare di una licenza pubblica, dove altro posso e devo acquistarla? No, non è così semplice. No, non è così coerente.
La marca da bollo in questione ha un valore di 1.446€. Penso che il tabaccaio sia fornito di pos, gliel’ho visto spesso sul bancone, ho pagato più volte l’abbonamento Atac, me la caverò con una strisciata di carta di credito. In tempi di semplificazione e tracciabilità, nulla di meglio, mi dico. Prima tappa, via Nomentana 156. Tabaccheria D’Amico, ore 17. Alla cassa, c’è quello che immagino essere il marito della titolare. No, a quest’ora è impossibile, ho sì la macchinetta ma non c’è la persona che la sa usare. Il giovanotto al bar, che mi conosce di vista, mi dice che se la so usare (…), posso stamparla io oppure andare dal tabaccaio all’incrocio. L’incrocio è in realtà viale XXI Aprile 13. Tabaccheria Maggiacomo, ore 17.15. Prego. Avrei bisogno di una marca da bollo per contributo unificato, avete un pos? No. Accettate assegni? No, assegni assolutamente no. Quindi, solo contanti? Sì, solo contanti. Grazie, buonasera.
Torno in ufficio, controllo posta, chiudo computer, meglio che vada prima che si faccia orario di chiusura dei negozi. Viale XXI Aprile 73, ore 18.15. Da fuori, questo locale non sembra poi così grande. Profondo, fornito, due tipi a servire. Marche da bollo sì ma niente pos, mi dispiace. Si figuri a me, gli dico, salutandoli. E adesso? Ultima spes, la fornitissima tabaccheria Cesaroni di piazza Bologna. Ritrovo di giocatori, scommettitori, fumatori. Tutti incalliti. Ore 19.15. Fila alla cassa, solita tiritera ma finalmente qualcuno che m’illumina. No, il pos no. Ce l’abbiamo ma per le marche da bollo non ci conviene proprio usarlo. Sa che guadagno abbiamo su queste cose? Solo il 5% lordo, se poi ci mettiamo le commissioni per le transizioni, chi ce lo fa fare? Ma come chi ce lo fa fare?! Te lo fa fare lo stato (noi) e la licenza che lo stato (noi) ti ha concesso per fornire un servizio pubblico. Tanto più che io solo da te posso acquistare questi prodotti e solo fornendo questi prodotti, posso accedere alla difesa in una causa giudiziaria (giusta o meno che sia). Finisco la serata riflettendo sul cortocircuito che noi italiani sappiamo crearci e nel quale ci ritroviamo benissimo (tempo perso, privilegi incomprensibili, servizi non monitorati) e andando a fare tre prelievi al bancomat, incurante delle commissioni che mi toccherà pagare (non è il mio istituto di credito). Perché io non sono un concessionario pubblico e al mio onore, seppur bollato, ci tengo.

Una botta di morte

Alfredo

By Alfredo
Published 1st December, 2011

Scoprivamo gli Wham e anche gli Eurythmics, c’erano stati il Live Aid e anche la strage dell’Heysel. La nostra adolescenza di ginnasiali fu però scossa da un altro crack. La Sida, perché così la chiamavano allora. Quella che, poi, sarebbe divenuta nota come Aids. Montagnier e Gallo, come Senna e Prost. Il sole malato, come lo raccontò Biagi in un bel libro al mio primo anno di università. Poi, ci fu, nello stesso anno, Rock Hudson e poi più tardi, nel 1991, Freddie Mercury e Magic Johnson. Lui, però, ce l’ha fatta, il grande Earvin.
Mediaticamente, al di là e oltre gli effetti epidemici generati, l’Aids è la malattia più influente e più influenzata che io ricordi. Ha colpito i nostri idoli, ha scosso le nostre convinzioni, ha indebolito le nostre libertà. Ma non troppo, però. Se consideriamo che, oggi, in Italia, registriamo 3.000 nuove infezioni ogni anno, dovute per l’80,7% a rapporti sessuali non protetti (ah, se solo si parlasse apertamente di preservativi…). Infine, nel 2010, sono decedute 66 persone (dati Istituto Superiore di Sanità).
Ma io, in questo momento, sono al lavoro. E come me, sempre meno persone. Non solo per colpa della crisi. Ma perché c’è un’altra epidemia che non ha uguale presa, in termini di empatia. Sono al lavoro e non riesco a smettere di pensarci. Sono i morti sul lavoro. Sapete quanti sono stati, in Italia, gli incidenti sul lavoro esclusivamente nel primo semestre 2011? Ve lo dico io, 372.000. Sapete quanti lavoratori sono morti? Ve lo dico io, 428 (dati Inail).
Non è bello e forse neanche corretto aritmeticamente comparare due modi di morire. Ma proprio nel giorno in cui celebriamo (anche noi di Estrogeni) la Giornata Mondiale contro l’Aids, non possiamo non riflettere sul fatto che uno resiste nonostante l’elevata esposizione mediatica garantita da testimonial loro malgrado (e sarebbe affrontabile e prevenibile con pochi millimetri di gomma acquistabili a pochi euro anche al bancone del supermercato), l’altro prospera proprio per mancanza di attenzione. Un pessimo paretiano, verrebbe da dire.

Vieneme ‘n suonno

Alfredo

By Simone e Alfredo
Published 21st November, 2011

A metà post, lascio il sogno a Simone.
Flashback. A.D., che non sta né per anno domini né per Alfredo Daniela ma dice di un’amica cosmopolita, poliglotta, mamma e docente universitaria di diritto comparato, ci invita a cena verso metà settembre. So già che non mi attende una lezione sul Common Law, mi bastano quelle dei tempi dell’università. Immagino che tirerò due calci al pallone nel corridoio, per familiarizzare con E., suo figlio, otto anni e già/ancora romanista. Ma non posso mai arrivare a pensare che, davanti a un piatto di alici fritte, ci confessa il suo segreto. La sua follia, direbbe Daniela. Vuole assecondare il proprio spirito creativo e diventare imprenditrice nel campo della fotografia.
Non racconto l’idea nei dettagli, sarà a breve operativa. Dico che il concept ruota attorno all’ambientazione storica, target turisti stranieri, added value creare un format replicabile.
A.D. ci chiede, dunque, di trasformare tutto ciò in immagine.
Come spesso accade (a settembre, è accaduto molto spesso), incamero le informazioni, le inserisco nel mio storage cerebrale alla voce naming (dove, intanto, i neuroni stanno girando per dar vita a Reportime, OwnAir, Thread-off), saluto, ringrazio e torno a casa.
Mi metto a letto, do indicazioni a me stesso di lavorare nella notte, nel sonno, mi addormento, sogno, mi alzo e il nome c’è.
Arrivo in ufficio e, come capita da ormai un decennio, lo condivido con Agostino. Mi dà il suo parere favorevole e, insieme, a fine giornata, passiamo brief a Simone, per la creazione di logo e immagine coordinata.
È un giovedì ed è la prima volta che lavoro con Simone. Lui stagista, io Ceo, la trovo una cosa molto bella. Dà la cifra esatta di noi ma è un’altra storia. Non solo. Trovo davvero interessante che anche Simone metta in moto il pensiero la notte, andando a dormire.
Ora, tocca a lui.
Ho sperimentato presto che l’immagine coordinata si compone di due elementi: da un lato, la componente Apollinea, o orizzontale, che trova la sua forza nella coerenza semiotica e nel rigore formale degli equilibri visivi. L’applicazione di un metodo rigoroso che permette, di fatto, alla comunicazione di essere percepita dall’esterno come fruibile, esteticamente appagante, proveniente dalla stessa entità. Una mente lucida e fresca è l’ideale per questo tipo di processo atto a conferire stabilità alla comunicazione.
Poi, dall’altro lato, c’è Dioniso, l’impulso creativo, la buona idea, il giusto guizzo. La componente verticale della comunicazione, quella che porta in alto il processo creativo.
Dioniso, al contrario di Apollo, si muove bene quando la mente è libera dalla forma, quando vola eterea, come nell’ebbrezza di un bicchiere di vino. Sovente, come curiosamente accade anche ad Alfredo, Dioniso mi bussa alla soglia di un sogno, un attimo prima o un attimo dopo il suo complice Morfeo. Così è stato per Flashback. Sì, proprio questo il nome della nascente avventura.
C’è tanto Dioniso in questo bel progetto a partire dalla scommessa di A.D., passando per il naming, che dice semplicemente tutto, sino ad arrivare alla mia immagine coordinata. Formalizzarlo, poi, è stato un vero piacere.
Quando tutto trema attorno, la cosa peggiore è stare fermi. Forse, la soluzione è proprio ballare con Dioniso.

Guestbook. Intervista a Giovanni Caturano

Alfredo

By Alfredo
Published 8th November, 2011

Nei momenti difficili, tocca a chi ha esperienza, possibilità, credibilità e soprattutto voglia il compito di facilitare. Che non significa banalmente semplificare quanto comunicare, condividere, creare. Fare rete, nell’accezione professionale più forte. Rendere, nel senso sociale più bello. Non sta a noi dire se sia o meno una buona iniziativa, ci basta sapere che è quello che sentivamo di realizzare. Buona visione e appuntamento al 5 dicembre, con il secondo incontro Italian Jobs.

Guestbook. Intervista a Milena Gabanelli

Alfredo

By Alfredo
Published 18th October, 2011

Per molti di noi, da quasi quindici anni a questa parte, il concetto di servizio pubblico resta concretamente e quasi unicamente legato a Report. Ancor di più, oggi, che esso rischia di trasformarsi addirittura in un brand. Dicendo Report, diciamo Milena Gabanelli, la cui grinta e passione ritroveremo in tv su RaiTre a partire da domenica prossima. Dicendo Report, diciamo però anche Reportime. Nato verso la metà di luglio come un tentativo light di avvicinarsi ad una web-tv d’inchiesta, porta con sé – ad una settimana e poco più dalla messa online – numeri a dir poco sorprendenti in termini di streaming, utenti unici e social. A testimoniare l’attesa degli italiani per un modo nuovo di fare comunicazione.

Milena, un po’ di consapevolezza c’era all’inizio ma non eravamo certo così ottimisti.

È un mondo nuovo per me, non ho nessuna difficoltà a dichiarare la mia ignoranza. Gli unici dati che capisco riguardano share televisivi e curve di andamento. Sul web, non so ancora bene quali numeri debbano essere considerati buoni e quali no. So però che ci ha aiutato e ci aiuterà molto anche l’essere sul pezzo, il saper cogliere i segnali dell’attualità ricorrendo anche a un grande lavoro di valorizzazione e riscoperta del repertorio.

So che hai un grande rispetto verso gli strumenti del web, che si esprime anche attraverso una certa diffidenza (ricordo ancora la puntata sui social network, che tante polemiche in rete ha scatenato). Perché?

Non ho proprio alcuna diffidenza, bensì desiderio di capire di più. La puntata sui social network era partita da una domanda: se è tutto gratis, come è possibile che Facebook per esempio sia valutata 80 miliardi di dollari? se non muovono denaro, da dove arriva il valore? E tanto meno, non si può non domandarsi quale potrebbe essere l’utilizzo di una enorme quantità di dati personali volontariamente messi in rete. Tutto qui. Per il resto, il mondo va in quella direzione e quindi è meglio per tutti alzare il livello della conoscenza e competenza.

Se adesso andassimo a cercare su Facebook Milena Gabanelli, apparirebbero come minimo cinque pagine e un gruppo a te dedicati, con oltre 500.000 fan. Pensi che un giorno sarà possibile coinvolgere gli utenti nella costruzione di inchieste? Potrebbe essere questo il giusto valore?

Gli utenti sono già coinvolti, molte segnalazioni arrivano proprio da loro, che spesso danno contributi importantissimi, in qualità di testimoni di un fatto. Occorre però valutare di volta in volta, anche sull’autenticità di quello che ti arriva dalla rete. È un mondo gigantesco, pieno di persone generose ma serpeggiano anche i venditori di bufale.

Cosa ti piacerebbe che diventasse Reportime?

Vorrei che riuscisse a sviluppare un linguaggio adatto al mezzo. Reportime si occupa di approfondimento utilizzando video e scrittura su una piattaforma che per sua natura induce a una fruizione veloce. Ecco, far combaciare queste due caratteristiche lo considererei un punto di arrivo.

Avendo iniziato questo viaggio con te, contiamo di accompagnarti al traguardo. Grazie, Milena.

Per saperne di più su Reportime.