L’evoluzione dell’advertising online: ad blocker e native

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La pubblicità online sta cambiando in un modo meno banale di quello che pensiamo. Sì certo, ci sono i social network, le campagne Facebook, le nuove (ormai non più molto) campagne su Instagram e su tutti gli altri canali. Ma data per assunta la questione social e i relativi investimenti, c’è quella parte del web non-social che sta subendo un profondo cambiamento, e diciamolo, meno male!
Tempo fa abbiamo assistito all’introduzione del video seeding e in generale di tutti i contenuti video che hanno arricchito e reso più interessante il panorama digital. Questo però ha continuato a subire molti cambiamenti, tra i quali i più importanti sono:

  • La diffusione degli ad blocker e la crescita del native advertising
  • L’avvento del programmatic
  • L’aumento esponenziale del traffico mobile

  • Iniziamo a parlare del primo tra tutti.

    1. La diffusione degli Ad blocker

    La diffusione degli ad blocker ha costretto gli inserzionisti a rivedere le proprie strategie di investimento. Infatti in Italia il 27% degli utenti online ha installato un ad blocker e ciò è probabilmente dovuto a una cattiva pianificazione di mezzi e di formati, ma anche, e soprattutto, al grande numero di annunci che spesso sono su una stessa pagina web che disturba la navigazione, rallenta il caricamento delle pagine, ci distrae dall’obiettivo principale (leggere una notizia, per esempio) e soprattutto non ci permette di concentrarci su nessuno dei contenuti pubblicitari, che diventano così tutti “invisibili”. Quindi, anche nel caso in cui il target e il formato siano quelli giusti, il fatto che ci sia troppa concorrenza su una stessa pagina, vanifica tutto il lavoro fatto di ricerca e pianificazione.

    Alcuni editori stanno cercando di ovviare al problema dell’ad blocking riservando alcuni contenuti solo a chi accetta di vedere gli ads. Non è un segreto che la maggior parte dei siti alimenta le proprie finanze proprio con la pubblicità e se non dovesse esserci più molti di questi siti sparirebbero. È anche vero però che se molti degli editori avessero riservato un po’ più di attenzione alla gestione dei loro spazi, forse non saremmo neanche arrivati all’esasperazione dell’utente e quindi all’adozione di provvedimenti per preservare una navigazione decente.

    In ogni caso siamo al punto che gli inserzionisti devono rivedere le proprie strategie e gli editori correre ai ripari. Due delle principali conseguenze sono la nascita e l’evoluzione delle pubblicità native e, anche se in maniera meno diretta, l’incremento del programmatic (di cui parleremo in seguito).

    Il native Advertising

    Partiamo dalle pubblicità native: che cosa sono esattamente? Sono quei contenuti che non interrompono la navigazione, ma che fanno parte integrante di essa. Sono la promozione di un prodotto fatta in un modo tale da fornire anche un contenuto utile. Per esempio, se il tuo prodotto è l’olio di oliva un sito che parla di cucina potrebbe dedicare una sezione alle ricette che ne esaltano il gusto, ai contenuti editoriali che ne mettono in luce i benefici ecc. Il tutto elaborato in un modo che, sì, promuove il prodotto, ma nello stesso tempo è utile per chi legge, è possibile trovare una ricetta interessante o un articolo che spiega i benefici dell’olio, e così via.

    I contenuti di una pubblicità nativa possono essere molto semplici, come per esempio il “vecchio” pubbliredazionale, oppure più elaborati come una sezione di un sito dedicata, con approfondimenti sul tema di interesse del tuo prodotto, produzione di video ad hoc e molto altro.

    Un esempio di strategia molto elaborata è quello di Paneangeli, che insieme al sito Pour Femme ha realizzato una web serie, “Sdolcinati”, composta da 6 puntate, una sezione del sito dedicata al brand e un cookbook di ricette realizzate ad hoc. Il tutto è stato supportato da visibilità editoriale e copertura social per tutto il periodo di campagna.

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    Questa è solo una delle tante possibilità che gli editori e le concessionarie mettono a disposizione e che di volta in volta vanno ritagliate sul brand/prodotto di cui si andrà a parlare. Le attività possono variare di molto in base al budget, al settore, alla concessionaria, all’editore, al target e altri fattori che possono influenzare i contenuti, ma il concetto rimane sempre lo stesso: promuovere senza infastidire, ma intrattenendo l’utente.

    Altra conseguenza dell’introduzione degli ad blocker è il programmatic, ma l’argomento verrà approfondito tra qualche giorno. Stay tuned!

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