Percorsi che germogliano. Intervista a Tommaso Radice

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Intervista a Tommaso RadiceLo abbiamo conosciuto ad una cena organizzata a Eataly di Roma, per il nostro cliente Istituto Pasteur. Tema della serata: finanziare il rientro di un ricercatore italiano dall’estero. Una consuetudine molto costosa, quella dei talenti all’estero, per tutti. Non solo umanamente, ma anche socialmente e economicamente: circa 40.000€ a ricercatore o altro professionista, dice un recente studio di Page Personnel. Durante la serata, si è presentato raccontando i suoi prodotti, i germogli, e la sua storia. La storia di un rientro voluto e di una sfida, alle abitudini, e a sé stesso prima di tutto. Abbiamo voluto farci una chiacchierata, per le tante suggestioni della sua vicenda, per il tema di fare impresa in Italia che già trattammo con Italian Jobs, per la coerenza con il tema della serata, per quel pizzico di follia che a volte è necessaria per le scelte che sentiamo giuste. Lui si chiama Tommaso Radice, nomen omen, sotto vari punti di vista… Ciao Tommaso e benvenuto in Estrogeni. Partiamo dall’inizio: cosa cercavi e cosa hai trovato nella tua esperienza all’estero? Sei stato costretto a cercare lavoro fuori dall’Italia, o è stata una tua libera scelta? Lavorare all’estero era una esperienza che avevo sempre voluto fare. Dalla famiglia (mia madre ha vissuto a lungo in Argentina), allo studio delle lingue, ai lavori d’estate all’estero – ho fatto l’elettricista, l’operaio, l’animatore – ho sempre visto come un arricchimento enorme la possibilità di vivere a lungo termine in altri paesi. Quando nel 2003, dopo essermi laureato in Ingegneria meccanica, si presentò l’opportunità di lavorare per la Toyota a Bruxelles non ebbi dubbi, e partii per una esperienza che sarebbe durata molti anni. Tuttavia avevo sempre pensato che prima o poi sarei tornato. Credo di aver ricevuto qualcosa, dai miei genitori, dall’università, dalla comunità nel suo insieme, e questo senso di gratitudine mi ha sempre dato il desiderio di tornare e partecipare alla vita del paese. Dopo diversi anni di lavoro in Toyota, ad inizio 2008 scegli di dimetterti, senza nel frattempo aver trovato un altro lavoro, e nonostante ti si prospettasse una carriera importante. Perché? E come si fa a lasciare un lavoro per nulla? Toyota era per me un punto di arrivo. Nei miei desideri c’era sempre stato di lavorare per una grande multinazionale. Lavoravo molto, ma non era quello il problema. Successe che ad un certo punto immaginai me stesso molti anni dopo, sempre in quella realtà. E capii che non andava bene per me, che sarei stato infelice. Questa sensazione fu rafforzata dal fatto che accennando i miei dubbi ad alcuni colleghi, nessuno sembrava avere quel tipo di sensazioni. Inoltre stava nascendo in me un senso di sfida. Leggevo le biografie dei grandi imprenditori, e mi chiedevo: ma come fanno queste persone che dal nulla creano delle realtà con centinaia, migliaia di dipendenti? Inoltre, nella mia famiglia, nel ramo materno, ci sono stati molti creativi, e sentivo che la mia creatività era troppo soffocata. Alla fine ebbi due suggestioni decisive: mi immaginai i tanti benefit che mi promettevano in azienda come delle sanguisughe che mi succhiavano linfa vitale;  e rilessi le parole che Dante dedica a Catone nel primo canto del purgatorio: libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. Non ebbi più dubbi: avrei trovato in qualche modo le risorse per cambiare vita. Nella tua scelta hanno influito testi sul downshifting? Ad esempio Adesso Basta di Simone Perotti, per citare un libro che ho letto personalmente? Ancora prima che dal downshifting, sono sempre stato affascinato dal tema della permeabilità delle persone agli ambienti che li circondano, e, all’opposto, dai temi della determinazione e della volontà individuale nel seguire i propri percorsi. Tra i tanti libri che mi hanno influenzato, citerei Le vite parallele di Plutarco, Winning di Jack Welch (ex CEO General Electric), l’autobiografia di Martin Luther King, e Un mondo senza povertà di  Muhammad Yunus. Dopo altri due anni e altre esperienze, sia lavorative che personali, il rientro in Italia nel 2010. Che cosa è successo allora? Il paese, l’Italia, ti ha aiutato nel tuo progetto di imprenditore, o magari invece ostacolato? In quei due anni ho approfondito molto la conoscenza di me stesso, praticando meditazione anche in centri internazionali, e cominciando a lavorare, per conoscenze proprio nei centri di meditazione, per una ditta di import ed export di prodotti biologici. In quel periodo non mi interessava il lavoro, sarei stato disposto anche a fare il cameriere, ma naturalmente colsi quella opportunità, che fu la porta di ingresso per il mondo dell’agricoltura e del biologico. Fu in quell’ambito che venni a conoscenza dei germogli e dei crudi, e pensai – però, non esiste solo la pasta col pomodoro! - Ride ndr – Alla fine, tornato in Italia, mi dissi che era ora di “quagliare”. L’idea di diventare un produttore di germogli c’era ormai da un po’ di tempo, ma in quel momento divenne concreta. Devo dire che l’agroalimentare in Italia è molto ben strutturato, ci sono le competenze, le attrezzature, le agevolazioni. Il “sistema Italia” mi ha aiutato, e non ho avuto scogli burocratici. Ma credo che sia appunto una esperienza molto legata al mio settore. Inoltre, in generale il brand Italia sui prodotti agricoli è davvero forte. L’unico ambito in cui mi sono sentito penalizzato è quello dei finanziamenti: i tempi sono troppo lunghi, per me è stato necessario autofinanziarmi completamente. Come vanno oggi le cose? Sei soddisfatto delle tue attività, e che prospettive future hai? Oggi mi occupo di tutto: sono produttore, distributore, seguo il marketing e il post vendita. Ho accordi e contatti con negozi bio e ristoranti. Il sabato mattina spesso presento i prodotti nei negozi, parlo con le persone, racconto le virtù benefiche dei prodotti e propongo ricette. Per ora copro le spese o poco più, anche se l’attività sta crescendo, e tutto il settore bio, vegan, e salutare sta crescendo. Ma in ogni caso sono già ora soddisfatto, e sono felice. Se ho un’idea non ne chiedo conto a nessuno, la sviluppo vagliandone tutti gli aspetti. Ad esempio, ho in mente prima o poi uno spin off artistico culturale di Germogli. Ci vorrà del tempo, anche perché per ora sono un’impresa individuale. Comunque, se qualcuno venisse da me e mi dicesse lascio tutto, voglio far parte del tuo progetto non ci penserei troppo e lo assumerei – sorride ndr Un ‘ultima domanda: da imprenditore, come vedi, in generale, l’Italia? Stiamo davvero uscendo dalla crisi? Vedo una grande demotivazione, avremmo bisogno di corsi di yoga di massa! - Ride ndr - Vedo anche tanti che si lamentano, a cui vorrei dire: cambiate, rischiate, apritevi alle opportunità. In ogni crisi ce ne sono. E sui ricercatori, e tutti quelli che partono: che vadano pure, si arricchiscano, ma poi creiamo qui le condizioni per farli tornare, e diamo credito al merito! Penso proprio che questa sia la strada, facciamo tornare tante persone capaci che sono all’estero, dandogli delle serie opportunità di lavorare e progettare. Grazie Tommaso, in bocca al lupo e a risentirci presto!

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