Prohibition marketing

In Campagne
Si può sfruttare un prodotto altrui per un'operazione di marketing, attribuendogli valore negativo? Indubbiamente sì. La cosa curiosa, nel caso che sto per raccontare, è che non solo si attribusice valore negativo al prodotto, ma addirittura lo si vieta. Ma andiamo con ordine. A metà febbraio Google presenta i Google Glasses, occhiali che integrano le applicazioni comuni che solitamente utilizziamo sui nostri smartphone: browser, mappe, social network, messaggistica, registrazione foto/video e quant'altro. Il tutto impreziosito da comandi vocali e senza bisogno di uno schermo touch: è tutto proiettato sulla lente, a portata di occhio. I Google Glasses sono ancora in fase sperimentale, dovrebbero arrivare entro fine 2013 ad un prezzo ancora sconosciuto (pare al di sotto dei 1.500$). Ma questo non ha fermato il 5 Point Cafè di Seattle dal lanciare un'iniziativa che può piacere o meno, ma mi ha indubbiamente affascinato per la tempistica: si tratta infatti probabilmente del primo esercizio commerciale al mondo ad aver vietato l'utilizzo dei Google Glasses all'interno dei propri locali, attraverso un apposito segnale e un post sulla propria pagina Facebook. In pratica un divieto di qualcosa che materialmente ancora non esiste, se non in versione beta. La notizia ha permesso al locale di avere un'ampia visibilità globale e possiamo scommettere che porterà anche tanti curiosi a visitarlo, ovvero tanti nuovi clienti. Il tutto realizzando solo un segnale di divieto ad hoc e un post su Facebook: quando c'è sotto l'idea, non serve niente di particolarmente difficile e dispendioso. Curioso pensare che Android, il sistema operativo realizzato da Google, è stato spesso protagonista (specie grazie a Samsung) di spot che utilizzavano i prodotti del rivale Apple in chiave negativa. Che dire, chi la fa (la pubblicità aggressiva), l'aspetti (il violation marketing).

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