Guestbook. Intervista a Filippo Soldi

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L’ospite di oggi è il regista Filippo Soldi, autore del documentario Case Chiuse, opera che si propone di analizzare il fenomeno di quelle che una volta venivano chiamate "case di tolleranza" senza ipocrisie legate al tema, dando spazio a tutti i punti di vista e analizzando tutte le sfaccettature del fenomeno, da quelle culturali a fino a quelle economiche e socio-politico. Case Chiuse, che ha partecipato all'ultima edizione del Festival Internazionale del film di Roma, è disponibile a partire da oggi su  Own Air. Dopo la regia di alcuni cortometraggi e lavori di sceneggiatura come quello per Bakhita hai scelto il tema delle case chiuse per il tuo primo documentario. Quali sono i motivi di questa scelta? Non so se questa cosa mi renda una persona molto attuale, ma a me piace indagare per cercare di conoscere e, eventualmente, capire. Penso che l’essere umano sia davvero qualcosa di infinito. Ci sono aspetti della nostra umanità che per me sono difficili da ignorare. Dei posti perfettamente organizzati in cui ci si mette in vendita non mi lasciano indifferente. Mi chiedo quante persone, passando davanti ad uno di questi luoghi, non gli rivolgerebbero un’occhiata carica di curiosità. Case Chiuse presenta l’argomento confrontando numerosi punti di vista, da quello di chi considera un eventuale ritorno delle “case di tolleranza” come un legalizzare la mercificazione a chi invece intravede opportunità di una nuova risorsa economica per lo Stato e maggiori tutele per i diritti delle prostitute, che hanno anche un loro comitato in merito e vorrebbero poter essere lavoratrici come le altre. Personalmente che idea ti sei fatto su questo tema? In realtà la mia intenzione era quella di “indagare”. È ovvio che osservando e considerando varie realtà, mi sono fatto un’idea. Però credo sia giusto, in quanto documentarista, fare tutto il possibile perché il documentario induca ogni spettatore ad una riflessione. Non vorrei che emergesse la mia personale opinione, vorrei che ognuno si facesse la sua idea. Il tema di cui parliamo, inoltre, è davvero sfaccettato. Ci sono pro e contro, ci sono cose che piacciono e cose che dispiacciono in entrambi i casi. Ci sono questioni di principio che sono davvero imprescindibili, poi ci sono realtà che non si possono ignorare. Quando si prende una posizione netta, si sceglie consapevolmente di lasciare irrisolte alcune domande per dare una risposta ad altre. È una scelta che ha a che fare più con le nostre convinzioni personali che con l’esigenza di risolvere un problema. Preciso che io parlo sempre di “bordelli” nel senso “pagano” del termine: luoghi in cui ci sono esseri umani che si vendono ad altri essere umani. Non ho nessuna intenzione di condividere l’idea diffusa secondo la quale ad essere venduti debbano essere sempre e solo i corpi delle donne. O tutti o nessuno. Questo è uno dei pochi punti su cui non riesco ad avere dubbi. Il documentario, oltre allo scenario attuale, parla anche di quello che le case chiuse hanno rappresentato nella storia, non solo a livello sociale ma anche politico/storico. Ritieni giusto affermare che la chiusura di questi luoghi abbia provocato una vera e propria trasformazione nella cultura e nella società italiane? Senz’altro. Credo sia stato un fatto che, negli anni, ha agito sulla mentalità di tutti. Anche di quelli che non ci andavano. Del resto, se uno stato legittima l’esistenza di luoghi in cui ci sono donne che si prostituiscono, luoghi in cui il “maschio” va, compra ed esce, è facile che induca anche i suoi cittadini ad avere una determinata visione del rapporto fra i sessi che compongono la sua stessa società. Ripeto, altra cosa è se il concetto di vendita non si lega sempre e solo ad uno solo dei sessi, ma a tutti. Può rimanere negativa l’idea del vendersi, ma almeno non è un fatto di discriminazione. Dal tuo lavoro emerge come il “senso di colpa” veicolato dal Cristianesimo, abbia introdotto il concetto di etica sessuale come elemento di repressione. Credi che il “perbenismo” made in Italy sia un limite socio/culturale o anche economico/imprenditoriale? Come può una società moderna ignorare un mercato sommerso che fattura miliardi di euro? Sicuramente il perbenismo per come lo viviamo noi è un limite. In tutti i sensi, anche quello economico. Spesso questo perbenismo di facciata mortifica inutilmente e crudelmente tante vite e, con esse, anche tante risorse umane. Non sono affatto sicuro, però, che la società moderna ignori un mercato sommerso che fattura miliardi di euro. E se li fatturasse proprio perché sommerso? Io non credo che tassare chi si prostituisce (cosa che, peraltro, mi dicono già accada) possa essere una svolta in termini finanziari per un paese. Non avere atteggiamenti moralistici farebbe vivere tutti meglio, quindi saremmo tutti più sereni, produttivi e non useremmo buona parte delle nostre energie per contrastare inutili e stupidi sensi di colpa. Magari potremmo usarle per qualcosa di più utile. La connessione tra arte e prostituzione è innegabile, l’una contamina l’altra e viceversa. Perché quest’aspetto viene quasi sempre ignorato e/o “messo da parte”? Mah, non sono tanto convinto. Lo sappiamo tutti. Certo, sempre per mantenere il perbenismo di cui abbiamo parlato, si cercava di evitare di dire che, magari, una prostituta era stata la modella per una raffigurazione sacra. Devo dire che questo perbenismo, se costa in termini di vite, di serenità e di pace sociale, probabilmente è molto funzionale per chi gestisce il potere. Voglio dire, se un marito uccide la moglie perché pensa che la moglie lo tradisca, commette un delitto. Un delitto che un tempo si definiva “d’onore”. Ma un delitto che non scalfisce in nulla l’ordine sociale. Ma se una persona non ha sensi di colpa, se è una persona interiormente libera, è una persona difficilmente dominabile. E questo minaccia l’ordine sociale forse più di un delitto. L’arte, come la sessualità, fa paura perché non è dominabile. Concludiamo con un’ultima domanda sul futuro: ci puoi accennare cosa hai in cantiere e di cosa ti occuperai nei tuoi prossimi progetti? In questo momento sto realizzando un documentario che vuole cercare di capire come siamo arrivati alla situazione economica in cui ci troviamo. L’idea è nata da Tutti giù per aria, un documentario sulla vertenza Alitalia in cui i manifestanti urlavano in continuazione “OGGI A NOI, DOMANI A VOI”. Bene, quel domani è diventato oggi ed è sotto gli occhi di tutti. Con lo stesso produttore di Tutti giù per aria, Alessandro Tartaglia, si è pensato di raccontare quello che vedrebbe oggi la figlia ventenne di uno di quei cassintegrati che allora urlavano “OGGI A NOI, DOMANI A VOI”. Forse questa ragazza cercherebbe di darsi una spiegazione, di capire perché si trova, a vent’anni, nel paese in cui si trova… Ecco, ci siamo messi nei suoi panni.

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