Guestbook. Intervista a Pierfrancesco Li Donni

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L’ospite di oggi è Pierfrancesco Li Donni, giovane e talentuoso regista palermitano, autore del lungometraggio Il secondo tempo, un documentario sulle stragi di Palermo che videro coinvolti i giudici Falcone e Borsellino. Il film è prodotto da Emma Film e Own Air. Un montaggio di contenuti extra è stato presentato ieri sera a Torino per la Biennale sulla legalità. Pubblichiamo questa intervista per celebrare il ventennale della morte di Falcone che ricorre oggi, la testimonianza di Piero e le sue note di regia, sono a nostro avviso un modo concreto di ricordare e riflettere sull’accaduto. Cosa ti ha spinto ad approfondire e scegliere come soggetto cinematografico del tuo film gli agguati a Falcone e Borsellino? Ho sempre pensato di fare il mio primo film a Palermo, la città in cui sono nato, farlo era come un ritorno alle origini, un tributo ai luoghi dell'anima, alla sua gente, alla sua storia: fare un film su Palermo non significa per forza parlare di mafia e di antimafia, ma volevo fare anche un film su quello che da bambino e adolescente avevo vissuto. Crescere nella Palermo degli anni novanta ha dato a tanti ragazzi della mia generazione la possibilità di vivere in una città in perenne cambiamento e questo cambiamento è stato possibile grazie al sacrificio di due grandi figure, quella di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Mi porto nel cuore il ricordo di quegli anni, le mobilitazioni, la rinascita del centro storico, la gioia di vivere una città che non era più una città di morte, che andava riscoprendo se stessa e i suoi vicoli. Palermo era un laboratorio politico, nel senso più nobile del termine. Ho sentito il bisogno di raccontare all'Italia e ricordare ai miei concittadini quello che Palermo e la sua gente  era stata capace di fare dopo le bombe del 1992, ma ho sentito anche il bisogno di raccontare la mia amarezza per una città che stava lentamente dimenticandosi di quegli anni. Lo vedevo nella quotidianità, nei riti stanchi delle commemorazioni, nei comportamenti di tutti i giorni. Per questo il film si chiama "Il Secondo Tempo", perché è un film su una città che avrebbe potuto essere e non è stata. "Il Secondo Tempo" può essere un punto di non ritorno, ma anche "il cosa si fa" quando finisce un'emergenza democratica e ricomincia la quotidianità. Ne Il secondo tempo è centrale il ruolo del cantastorie, Salvo, quale affinità tra questi storici personaggi della tradizione orale siciliana e il tuo ruolo di regista? Quando ho incominciato a pensare a questo film non sapevo bene cosa avrei raccontato, ma sapevo benissimo cosa avrei escluso dal racconto. Volevo uscire da un'idea stereotipata di città fatta di mercati, coppole e marranzano , ma era necessario ricominciare dalla storia profonda della città e dall'atavica contrapposizione tra ricchi e poveri, tra padroni e sottomessi: per farlo avevo bisogno  di trovare una figura di raccordo, capace di spiegare storie antiche, ma soprattutto di inserirsi nel racconto della contemporaneità. La figura di Salvo si sviluppa partendo da queste considerazioni, e  in un film fatto di emozioni e protagonisti terreni, Salvo diventa una figura onirica, coscienza collettiva della città e presente. Nel film ricostruisci i fatti del '92 alternando nel montaggio filmati di repertorio e scorci della Palermo di oggi. Qual è la tua percezione di cambiamento? Quale la valenza delle giovani generazioni che hai deciso di inserire in alcuni passaggi del tuo film? Ringrazio innanzitutto Fabio Lanfranca per avermi dato l'opportunità di utilizzare le immagini d'archivio del suo "1992: Forse non è mai accaduto", detto ciò, credo che Palermo abbia conosciuto momenti migliori di questo, ma sicuramente un cambiamento c'è stato; c'è un'immagine nel film d'archivio, che vedendo e rivedendo mi continua a colpire, ed è quella di una signora che a un certo punto, a una commemorazione, qualche settimane dopo l'attentato a Falcone grida al microfono "Io chiedo a questa cittadinanza non più parole emotive, ma fatti...", ecco mi sembra che Palermo, e in generale l'Italia, abbiano il vizio di reagire sempre troppo emotivamente, senza essere consequenziali, ovvero di non saper trasformare l'emozione in fatti concreti capaci  di cristallizzarsi nel tempo. Per quanto riguarda i ragazzi all'interno del film, avevo bisogno di raccontare una Palermo vera, senza sovrastrutture, la Palermo di chi la vive ogni giorno. La scelta dei ragazzi è in questa direzione: non c'è un giudizio su una generazione, c'è una constatazione di come una generazione, in questo caso cresciuta in periferia, viva la sua città e la viva all'interno di una sua complessità, dove  primeggiano noia, esuberanza e mancanza di punti di riferimento. Il tuo film supera la contingenza dei fatti per ampliare la prospettiva su quelle che sono state le conseguenze, immediate e postume, generate dall'attentato ai due giudici. Le manifestazioni, il comitato dei lenzuoli, la liberazione di Palermo vecchia, una scelta che rende il tuo film diverso da quelli prodotti finora. E' stata solo una scelta di taglio narrativo o ha un significato più profondo? La Palermo delle stragi di mafia è stata raccontata tante volte e molto spesso sotto aspetti che questo film non ha voluto appositamente trattare: quelli della ricostruzione politica e giudiziaria. Volevo raccontare la Palermo dell'anima e delle emozioni, evitando per una volta, di dare troppo spazio, alla nomenclatura antimafia. E poi c'erano  storie affascinanti che meritavano di essere  raccontate e che in pochi conoscevano, quella del Comitato dei Lenzuoli ad esempio, o quella dei due fotografi, che mi hanno permesso di avere un approccio stilistico e narrativo più  a quello del film di finzione. Che tipo di accoglienza e quali reazioni ti aspetti dal pubblico?  Non lo so ancora, la fortuna di un film può dipendere da tanti fattori, credo che questo film abbia comunque una forte valenza simbolica e riesca a fotografare una Palermo invisibile e diversa da come la si immagina. Non è soltanto un film sulle stragi, ma un lavoro sullo stato di salute di una città, un viaggio nelle sue viscere e nelle sue suggestioni. Sono sicuro che il pubblico saprà apprezzare questo sforzo, il mio desiderio comunque, è quello di portare in giro il più possibile questa storia, che un po' è anche la mia.

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