Guestbook. Intervista a Arianna Usai

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È oggi con noi Arianna Usai, giovane illustratrice con alle spalle importanti esperienze all’estero e oggi alle prese con la realtà romana. Ci accompagnerà alla scoperta di una tecnica antica, oggi prestata ai più diversi campi, spiegandoci come nasce e dove tende. Inizi gli studi in provincia di Trento, dove frequenti l’Istituto d’Arte. Poi la Danimarca, Roma con l’Istituto Europeo di Design e New York con la School of Visual Art. Un lungo percorso di realtà diverse. Quale la costante del tuo viaggio tra le arti visive? Il mio percorso è iniziato un passo alla volta, senza avere inizialmente una vera costante. Fin da bambina ho sempre disegnato e amato l’arte, soprattutto il disegno e la pittura. Ho scelto di frequentare l’Istituto d’Arte senza sapere esattamente cosa ne sarebbe stato di me, ma avevo la piena convinzione che quella fosse la strada giusta. L’esperienza in Danimarca, durante il mio quarto anno di scuola superiore, non aveva nulla a che vedere con l’arte, era più un desiderio e un bisogno di conoscere una nuova realtà, di buttarmi a capofitto in una cultura diversa. Quella scelta fu presa molto istintivamente, senza davvero rendermi conto di cosa mi avrebbe aspettato. È stata un’esperienza unica che porto sempre con me e oggi mi ritrovo a inserire nelle mie illustrazioni elementi ispirati alla Danimarca, come le casette, i mulini, i paesaggi e i nuvoloni. Le esperienze successive, come l’Istituto Europeo di Design, la School of Visual Art di New York e altri corsi, invece, sono state fatte con una mira ben precisa verso l’illustrazione. Ho avuto modo di imparare in cosa consistesse l’illustrazione in tutte le sue forme e di confrontarmi con persone con stili e idee molto diverse da me, soprattutto nell’esperienza newyorkese. L’illustrazione, appunto. Una tecnica a metà strada tra il disegno e il dipinto. Come sei arrivata a questa sintesi? Definirei l’illustrazione una tecnica che può comprendere tutte le arti, dal disegno alla pittura, al digitale. Il senso dell’illustrazione non è tanto la tecnica usata ma la comunicazione che questa porta con sé. Sono arrivata all’illustrazione grazie al consiglio di un professore che in quinta superiore mi suggerì l’Istituto Europeo di Design. Appena lessi la descrizione del corso capii che era esattamente quello che cercavo, visitai la scuola e mi iscrissi il prima possibile. La vera passione è cresciuta poi col tempo, vedendo il lavoro di illustratori straordinari che prima non conoscevo, (visto che purtroppo, se non si è del settore, se ne sente parlare troppo poco) e lavorando ogni giorno per trovare il mio stile e la mia strada. Un linguaggio per tutti o per pubblici scelti? L’illustrazione è un linguaggio alla portata di tutti, proprio perché è comunicazione. Ovviamente nell’illustrazione per l’infanzia c’è un target preciso, ma in genere l’immagine deve parlare da sola e il messaggio deve arrivare a tutti. Le illustrazioni possono essere molto semplici o molto complesse, ma la cosa che conta di più è l’idea. Questa è la cosa che differenzia l’illustrazione dalla Fine Art (pittura, scultura, ecc.), che invece è più diretta a un pubblico scelto e si trovare principalmente nei musei. È da tre mesi uscito il tuo primo libro (ne parlavamo qui), già alla seconda ristampa. Tra le nuvole, per la casa editrice Lalbero. Testi – anche in inglese – più immagini. Quali hanno dettato le linee guida agli altri? Solitamente è il testo che detta le linee guida all’illustrazione. In questo caso però, avendo anche ideato la storia, le due cose sono cresciute insieme. Inizialmente avevo il desiderio di illustrare nuvole e aquiloni. Poi è nato il testo, partendo dall’idea delle nuvole che cadono sulla Terra (idea, tra l’altro, nata in Danimarca, vedendo una nuvola talmente bassa che pensavo di poterla toccare). La storia si è via via sviluppata e successivamente sono arrivate le immagini. E così, alla fine, sono riuscita a pubblicare un libro che contenesse sia nuvole che aquiloni. Al centro dei tuoi lavori ci sono sempre temi di fantasia. Soggetti che cambiano forma, in una sorta di allucinazione continua da Alice nel Paese delle Meraviglie. Esilio volontario dalla realtà o sforzo di guardarvi più a fondo dentro? Recentemente mi sono appassionata a rappresentare immagini bivalenti, è una gara continua nel trovare nuove idee che insieme funzionino, (ad esempio la balena che è allo stesso tempo l’oceano sul quale naviga un veliero, o le decorazioni di una sciarpa che diventano paesaggio, oppure, ancora, il formaggio che cola dal cheese burger che volto all’insù diventa una lingua). Questo è un metodo comunicativo che adottano molti illustratori, soprattutto nell’illustrazione editoriale, ma non solo. Non è un esilio dalla realtà ma è un’opportunità per rivisitarla e sintetizzarla, in modo semplice, chiaro e anche divertente. Il rapporto con la pubblicità, infine. In quali casi l’illustrazione si presta meglio accanto a un prodotto? In Italia, l’illustrazione, sta iniziando solo ora, piano piano, a farsi strada anche nella pubblicità. Penso che si possa prestare a tutti i prodotti, bisogna però avere la volontà di utilizzarla. Di recente ho visto, con molto piacere, alcuni spot televisivi realizzati interamente con diverse tecniche di animazione, fatte con bellissimi disegni (ad esempio, tra le prime, la pubblicità di mentine, poi di una macchina, oppure di uno zaino e proprio ieri di un dentifricio). Il problema non è il prodotto in sé da pubblicizzare, ma è avere una buona idea applicabile all’illustrazione. Purtroppo questo mestiere non è ancora ben noto, come magari può essere all’estero, ma ho fiducia che, col tempo, verrà degnamente riconosciuto da tutti anche nel nostro Paese. Grazie. Prego.

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