Guestbook. Intervista a Paola Gandolfi

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L’ospite di oggi è Paola Gandolfi, un’artista romana a 360°: impegnata nella realizzazione di disegni, quadri, sculture e sculture indossabili, sta ultimamente sperimentando la tecnica della video animazione e ha esposto le sue opere, a partire dagli anni ’80, in numerosissime mostre, personali e collettive, in Italia e all’estero. Grazie innanzitutto per aver accettato il nostro invito. Una tematica molto attuale nel settore della comunicazione è l’utilizzo, spesso inadeguato e volgare, del corpo e della figura femminile; cosa ne pensi e in che modo tu rappresenti le donne e il loro corpo, figure centrali nelle tue opere? La Donna come sostanza veicolante il PRODOTTO. Esistono in farmacia delle sostanze che si mettono sulla pelle per far veicolare più in fretta la medicina... così la donna, le parti del corpo sessuato di essa, servono a vendere di più. Il mercato non è medicina, è un virus. Jean Baudrillard, in un suo scritto, si fa e ci fa questa domanda: "che cosa sta acquattato dietro a questo mondo falsamente trasparente? Un’altra specie di intelligenza o una definitiva lobotomia?" È umiliante identificarsi nelle scene e nell’uso che si fa dell’immagine della donna nella pubblicità in questi anni; ho però l’impressione - incredibile - che le giovani donne siano acritiche e subiscano il dictat, l’abuso visivo, scivolando nell’imitazione di quello che viene loro imposto. La dignità, il talento, l’intelligenza sembrano valori fuori moda, almeno qui in Italia. Nelle mie opere il corpo della donna rappresenta parti del SÉ, cerco di rappresentare ciò che si nasconde dietro la trasparenza dell’immagine, descrivo le scissioni, le mancanze, rivelo l’aggressività di cui ogni donna è dotata abbondantemente, ma abituata a trattenere dentro di se: è così importante riconoscerla per poi trasformarla in forza dirompente per la vita. Ingrandisco la pelle per vedere le strade, i percorsi che disegna, e per capire e far capire l’importanza del nostro primo involucro, della nostra prima casa. Descrivo - il corpo/la mente - negli stadi psicologici preedipici, dove ancora non sono ben distinte le parti del corpo della madre e della bambina/o e racconto la fatica nel riuscire a distinguersi e a staccarsi dalla madre; racconto il parto della propria madre, racconto la felicità di essere una donna. I colori che utilizzi sono sempre molto vivaci e intensi; come diventa il colore uno strumento per veicolare i messaggi insiti nelle tue opere? Capire, vedere il colore, credo sia una dote naturale, non s’impara. Il colore apre le porte al sentimento, lo uso per pensare con meno schemi prestabiliti, lo uso per aiutare chi guarda ad entrare nella sostanza dell’opera. Raccontaci dell’utilizzo che hai fatto della video animazione per mettere in movimento gli interpreti delle tue opere, dando, così, loro vita. Proprio oggi ho presentato al Ministero il mio primo cortometraggio, chissà se avrò un finanziamento: questa volta ci saranno attori ed animazione insieme. Fin dal 2000 ho iniziato a lavorare con le animazioni, svelando che all’interno dei miei quadri (immobili) innumerevoli movimenti spingevano per uscire, come frame di un filmato, per raccontare qualcosa che era trattenuto dalle quattro pareti del quadro. Certo l’immagine del quadro è la prescelta fra mille, dovrebbe essere quella perfetta quando si riesce a trovare quella che si svela solo ai più sensibili; è quella che lascia tutta l’immaginazione a chi guarda, ma l’idea di mischiare i miei quadri, con le persone, con gli attori e di raccontare cose incredibili mi fa impazzire. Le tue sculture indossabili possono essere interpretate come un’intensificazione della relazione tra l’arte e il suo fruitore, che si rafforza a tal punto da diventare fisica? Sì, mi piace molto questa interpretazione, è proprio così.

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