Guestbook. Intervista a Simone Cicero

In Guestbook
L'hostwriter di questa settimana è una persona, che ho conosciuto come @meedabyte e successivamente iniziato a seguire su LinkedIn: è lì che ho avuto timore di non essere all'altezza di una conversazione. Blogger su Meedabyte, Mobile Services Engineer at Hutchison 3G e Senior Consultant at Altran sono qualifiche che spaventerebbero tanti, ma io ci ho provato e ho contatto Simone che si è dimostrata una persona molto disponibile e siamo riusciti a dialogare per 15 minuti, senza che io facessi qualche figuraccia (almeno credo). Nella sua twitter bio si definisce blogger, tech strategist and wannabe journalist ed è su questo che abbiamo iniziato a parlare di futuro. Su ciò che il futuro possa riservare alla nuova concezione di consumatore, su come il dialogo tra produttore e l'utilizzatore stia mutando velocemente come il marketing stesso, ecco, a domanda non specifica, cosa ha raccontato. Capire il mondo in cui viviamo è sempre stato molto difficile. Certamente, vivere nell'era della singolarità e dello sviluppo tecnologico esponenziale non rende le cose più facili: tutto cambia a una velocità tale che è difficile prevedere le più remote conseguenze dei fatti, mettere in correlazione cause ed eventi. Elaborare una strategia è diventato difficilissimo. Centrare la scelta, quando si promuove un prodotto, un servizio o semplicemente un'idea al mercato e alla società è questione di talento, fortuna ma soprattutto vision (che tradurrei come capacità di interpretare il futuro). In quest'epoca di transizione diventa fondamentale fare riferimento a valori posti all'orizzonte del nuovo modello di sviluppo che si affaccia alla società e che da questa, in un certo senso è evocato e guidato. Umar Haique ha scritto giorni fa, sul suo blog per l'Harward Business Review,  un pezzo straordinario intitolato The shape of the meaning organization in cui auspica la nascita di un nuovo concetto di marketing che chiama “humanizing”: [...] companies are going to have to get lethally serious about having an enduring, meaningful, resonant, multiplying, positive, proliferating set of impacts ? of all types, whether social, human, intellectual, spiritual, creative, or relational. [...] "humanizing" is about helping people stop mutely, rotely (over)consuming, and start enjoying, improving, bettering; to help them maximize the authentic, long-run value they realize from a product or service Il web, avanguardia e guida della società moderna, è stato il primo il teatro in cui la transizione da una produzione alla ricerca dell'abbattimento forsennato dei costi e dell'aumento dei consumi si è trasformata (e si sta ancora trasformando) in una produzione che ricerca valori autentici come l'impatto reale e decisivo sul nostro vivere giornaliero, la condivisione sociale e tribale e il trattamento paritario ed etico degli utenti. Il mercato globale ai tempi del web non è altro, come dimostrato nel novel book di C. Anderson, The Long tail, che il frutto di una dirompente democraticizzazione: dai metodi di produzione dei beni, prima digitali (pensiamo alla trasformazione dell'industria della musica nata da myspace) e poi materiali (col movimento DIY, i makerse il 3D printing) fino ai meccanismi di raccomandazione, fruizione condivisa e al regno assoluto del “word of mouth”. Se sarà veramente l'individuo il nuovo centro di gravità del mercato e il nuovo attore principale del successo di un prodotto, allora forse la comunicazione dovrà abbandonare la mera applicazione di strategie precostituite, e divenire capacità di raccontare storie e contenuti “veri”, capacità di trasmettere valori condivisi e il valore stesso della condivisione, radice etimologica stessa del termine comunicare. L'obiettivo sarà dunque dare all'utente un ruolo sempre maggiore nell'ispirare la produzione e  nel permettergli di condividere fino anche l'atto stesso del produrre. Certamente, se il nuovo ruolo imposto alla comunicazione nel presente è difficile da interpretare, più grande è il cambiamento che si chiede oggi al mercato e all'industria: fondersi con la nuova società che ci apprestiamo a divenire.

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  • Illuminante…

  • gabriele

    Molto interessante. Ricordo che Simone è stato uno di quelli a lasciare un commento positivo sul mio primo lavoro per DGL Logistics. Avendolo conosciuto un po meglio, grazie a questo post, ne sono doppiamente contento!

  • GIUSEPPE

    “capacità di trasmettere valori condivisi” Sicuro che è un progresso? Anche la mafia trasmette valori condivisi: l’omertà (alias fai come dico io o ti sparo) è un valore condiviso.
    Mi sembra un pericoloso pendio: in fin dei conti non poi hanno paragonato la “protezione” mafiosa alla pubblicità: inducono entrambe bisogni che esistono solo in forza degli atti attuati dai proponenti.

  • @Giuseppe: quello che intendo è che il significato di “comuncare” per troppo tempo inteso in maniera unidirezionale, deve trasformarsi in una “condivisione” del messaggio che deve dunque essere spiegato, mediato e, appunto, condiviso.

    Sul fatto che la mafia abbia fatto un grande marketing sono d’accordo (aggiungo purtroppo) ma non riesco a comprendere più di tanto il parallelismo.

    @Gabriele: mi fa molto piacere! se vuoi linkiamoci (mail o linkedin, trovi i riferimenti sul mio blog)

  • GIUSEPPE

    Il pubblicitario con la sua comunicazione induce bisogni (l’auto, il bikini etc.), bisogni che senza il pubblicitario non ci sarebbero. Il mafioso vende, meglio, piazza, un bisogno, la sicurezza, di cui si ha necessità SOLO DOPO che la tua auto è bruciata. Il meccanismo logico è lo stesso. per ogni approfondimento Il delitto come impresa: è del 1988 ma di meglio per me non è stato scritto niente. O meglio ci sarebbe il Libro dei Giudici dove si racconta di un certo Iefte…ma questa è un’altra storia ed anche un altro Autore!

  • Il pubblicitario induce bisogni (prodotto) raccontando storie (advertising), che rispettano i valori del consumatore. I mafiosi raccontando bisogni (protezione) inducendo storie (intimidazioni), che non rispettano i valori del consumatore.

  • GIUSEPPE

    raccontando storie (advertising), che rispettano i valori del consumatore? Scusa che quali sono i valori di “metti una tigre nel mootre?” o dela campagna di Class scritta in greco? Non sono solo tentativi per farti sentire insicuro e offrirti un bene-prodotto-protezione?

  • Quando parlo di pubblicitario non sto parlando di pubblicità. “Metti una tigre nel motore” è solo un pay-off temporaneo, che serve a costruire una narrazione molto più lunga. Il simbolo (tigre) è un’ancora al marchio, che richiama valori condivisi dalla fetta di mercato che il brand intende raggiungere. Una tigre per la potenza, una tigre per l’agilità, una tigre per la natura. Una tigre per metafora.

  • GIUSEPPE

    Metafora di cosa? La benzina distinta dalla tigre è tecnicamente indentica a tutte le altre: se non fosse così ogni motore dovrebbe usare solo ed esclusivamente la sua, esattamente come avviene per le auto diesel che non possono usare il gpl o il metano o ..la benzina.
    Quindi la tigre è la metafora che “richiama valori condivisi dalla fetta di mercato” serve solo a dire una bugia a far credere che quella benzina e solo quella renderà te, la tua auto e il motore della tua auto diversi . Ma questo è semplicemente una bugia, per cui si ritorna sempre la: una necessità indotta che genera un bisogno indotto.

  • Credo che il discorso sia riduttivo, nel senso positivo. Riconducibile a qualsiasi esigenza vitale a partire dalla comunicazione/dialogo. Ogni bisogno è indotto, per questo è tale. La nostra vita è una bugia?

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