Certi film

In Recensioni
Un film bellissimo. Un film che mi ha tenuta inchiodata alla sedia, un film che mi ha commosso ed emozionato. Un film da far vedere a tutti, in tutte le scuole, in tutte le piazze, in tutti i luoghi in cui ci siano cittadini, donne, uomini. Uno spaccato dell’Italia, un inno di speranza per chi ancora ama questo paese o, semplicemente, ci vive e vorrebbero farlo al meglio. Mi soffermo sui momenti più tosti, quelli in cui non sono riuscita a trattenere le lacrime. Un campo di concentramento culturale, chiede Paolo Rossi, uno spazio gratuito ma obbligatorio dove recuperare il tempo perduto e colmare l’ignoranza. Una polizia culturale, con buona pace e senso delle ronde, per interrogazioni estemporanee su letteratura, arte, musica, cinema e teatro. Multa: studio senza fine. E mentre Rodotà ti spiega il valore del lavoro come collante sociale, confidi nella capacità di risvegliare le coscienze che ci arriverà dal popolo africano. Un popolo indignato, che ha dentro, e ci insegna, la potenza della ribellione di fronte alla negazione di un diritto. E mentre ti indigni, ancora e ancora, per il massacro alla Diaz durante il G8 del 2001, riscopri tutta la bellezza e l'essenza della costituzione italiana. C’è per intero la nostra vita, nel film di Piergiorgio Gay. I mondiali e la politica, gli sbarchi e le stragi, il racconto di chi ce l’ha fatta, la forza di chi ha creduto nella giustizia e ha fatto liberare l’assassinio del padre, ci sono i giovani, i vecchi, i sogni, le emozioni, i complotti e le belle persone. C’è l’Italia operosa e operaia, l’Italia di chi fa il proprio dovere, l’Italia di chi si rimbocca le maniche (davvero). Noi, figli degli ex sessantottini; noi, strappati ad una coscienza politica, derubati di una coscienza sociale, abbiamo fame e sete di manifesti così. Unici, trasversali, potenti, concreti, aperti al nuovo. E mentre don Ciotti, nella cornice bellissima della sua sede (l’etica che diventa estetica, il rigore che diventa valore), battezza il suicidio di Rita Atria come un volo di libertà, Englaro racconta la tragedia della sua famiglia. Così, il giocatore paraplegico di hockey diventa l’essenza del poter fare, sempre, anche quando sembra apparentemente impossibile. Cosa c’entra Ligabue in tutto questo? C’entra quale collante di un film che nasce, di suo, intrinsecamente circolare. Come l’ultima scena dove i gruppi di voci narranti, gente come noi, gente solo apparentemente diversa, a gruppi di tre, si confronta sul mondo. Con speranza. Con la fiducia di tornare ad essere popolo, dopo l’ubriacatura autodistruttiva da pubblico plaudente. Nulla è lasciato al caso e tutto è utile, anche l’esperienza di Soldini che, dal suo girovagare solitario, ci parla della solidarietà che si vive in mare e che ci auguriamo approdi, di nuovo, anche sulla terra. Ligabue, per sottolineare con alcuni testi i momenti più forti. Il silenzio, per urlare contro l’omertà e amplificare l’assurdo morire tra l’indifferenza della gente. Niente paura è una pura e purificante lezione di storia, educazione civica, civiltà. Quando esci dal film, ancora frastornata da una tale iniezione di vita (quella contro cui uno come Pantani non ce l’ha fatta), ti senti grata al film, al cinema, al potere delle parole che incide, cambia e trasforma.

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