Ascesa agli inferi

In Recensioni
Sede dei Radicali. Quel trasandato di sinistra che non mi piace (anche se alle elezioni voterò Bonino), il fumo di sigarette. E poi il caldo e la gente, tanta. Le condizioni non solo delle migliori. Finalmente, la sala si calma e s'inizia. Qualcuno prende la parola e avverte: la proiezione durerà due ore e mezza, seguirà il dibattito. Sento che voglio andar via! È un attimo. Quando inizia Il Profeta, il protagonista è solo un ragazzo, ha fatto resistenza ad un pubblico ufficiale, gli toccano sei anni. È diventato maggiorenne, sarà trasferito in centrale. Alla prima vera scena di violenza fisica (una di due), l'iniziazione avviene. Il ragazzo smarrito e spaurito, diventa un assassino. Da quel momento, è tutto uno schivare colpi. Per resistere. Per sopravvivere. Corso-arabo, Malik ha nelle vene una doppia natura. E la usa. Protetto da un corso, è grazie all'arabo che uccide che inizierà il suo processo di formazione. Una formazione al bene e al male. Parallela. È una crescita bilaterale quella a cui assistiamo, con un ritmo serrato, interrotto dai super che introducono i nuovi personaggi. È un mondo di valori  capovolti quello che impariamo a conoscere, in cui all’aumentare della protezione del protagonista aumenta la profondità del crimine. È un mondo, quello dietro le sbarre, in cui i criminali, comandano, ricevono nello studio medico, decidono spostamenti di detenuti e secondini, uccidono. E allora sembra normale fare il tifo per Malik, salvo ricordarti, che quello per cui tifi è un pluriassassino. Il film continua  e godi per le capacità del ragazzo che ragiona come un vero stratega: osserva, ascolta, progetta, pianifica. Fa il doppio gioco con arabi e corsi, li manipola, li guida, li adula e punisce, in un delicatissimo equilibrio dove si rischia la pelle. Ad ogni nuova attività pensi sia l'ultima e ti accorgi che stai sperando che lui non muoia. Gli anni passano, maturano i permessi, la condizionale, il lavoro, arriva l'amicizia e il riconoscimento della natura araba e di pari passo cresce la posta in gioco. Il potere, il comando supremo. Il rispetto. La libertà e ciò che sarà dopo. Dalla galera esce un uomo criminale, un uomo con una donna e un bambino al fianco e una scorta alle spalle. La rieducazione è fallita! In carcere è entrato un adolescente e ne è uscito un criminale provetto. L'unico contatto con la realtà è il ricordo costante, in forma di allucinazione, dell'arabo ucciso. Una presenza inquietante, una coscienza parlante, un delitto e castigo dei giorni nostri. In carcere, si muore, in carcere dove si finisce per morire alla vita criminale e rinascere uomini nuovi. Ma non è sempre così. In carcere si muore per corruzione, violenza, per l'assenza di una qualunque forma di affettività (notevole il traffico di dvd porno), per l'uso di droga, per le lotte intestine di chi continua ad esercitare il potere dentro e fuori, per le contese tra etnie la cui forza risiede nel numero di detenuti e di guardie amiche. Mentre fuori dal film, qui, nella nostra realtà, la politica rifiuta di migliorare le carceri e propone la costruzione di nuove sedi, associazioni come Antigone e il Detenuto Ignoto chiedono l'istituzione di una commissione di inchiesta per le morti in carcere. Un mondo parallelo, opaco, un universo chiuso in cui è difficile osservare cosa accade. Perché la pena  non sia l’unica soluzione (a volte fallimentare). Perché un uomo che ha sbagliato, e deve pagare ed essere rieducato, possa sempre e comunque conservare la propria dignità. p.s. Coincidenze. Al termine della proiezione, in bus, incontro una mia compagna di liceo. Non la vedevo da vent’anni. Alfredo mi chiede, chi è? È Stefania, quella che leggeva romanzi russi. Dostoevskij è tra noi. p.p.s. Galimberti, su d di Repubblica, pubblica una lettera, pertinente, e, illuminante su pena morte e carcere  

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  • Alfredo

    La fisica del delitto. Il principio di Archimede applicato ai gironi danteschi. Fuoco che cova, fiamme che s’alzano. Una vampata di energia